Stranieri e sistema penale. C’è discriminazione?

Barriera linguistica, accesso alla difesa, misure cautelari. I problemi evidenziati da una nostra ricerca.

di Federica Brioschi

Una delle fasi del procedimento penale in cui i diritti della persona sono più a rischio è quella che va dall’arresto fino alla prima apparizione davanti a un giudice. È nei Commissariati, nelle Caserme e nelle celle dei Tribunali che si sono consumate tragedie come quella di Stefano Cucchi e che avvengono abusi di potere quali i pestaggi saliti alle cronache nel maggio del 2017 in Lunigiana.

Anche per questo Antigone nel 2014 è entrata nella rete “JUSTICIA European Rights Network”, una rete che con 19 organizzazioni provenienti da 17 paesi promuove le garanzie procedurali in ambito penale.

Particolare attenzione merita la fase di privazione della libertà pre-processuale, che secondo il nostro Codice di Procedura Penale può avvenire nei casi di arresto in flagranza. Stiamo parlando di un arco temporale variabile tra le poche ore e i quattro giorni, in seguito al quale l’imputato arriva in udienza di convalida dell’arresto (che nel caso delle direttissime diventa anche quella di primo grado).

Le udienze di convalida degli arresti

Da uno dei progetti in cui Antigone è coinvolta, Inside Police Custody, emerge quanto già noto a molti operatori del settore. Anzitutto che le persone arrestate durante la notte (la maggior parte degli arrestati) arrivano in udienza il mattino dopo, storditi e confusi, dopo una notte passata in bianco. Costoro spesso hanno solo pochi minuti per parlare col proprio avvocato, che a sua volta in pochi istanti deve consultare il fascicolo messo a disposizione dal giudice e preparare in tutta fretta una difesa adeguata. Questa situazione rappresenta la quotidianità in molti Tribunali italiani. Ad assistere l’arrestato, spesso straniero e con reati connessi a droghe o furti, ci sono non di rado dei difensori d’ufficio che lo vedono per la prima volta in un angolo della stessa sala in cui ha luogo l’udienza, dove sono presenti un giudice con poco tempo a disposizione e gli agenti di polizia penitenziaria che scortano l’arrestato e che spesso restano di fianco a lui anche durante il colloquio con l’avvocato, nonostante questo dovrebbe avvenire nella massima riservatezza. Sebbene non si possa affermare che questa prassi valga per la totalità delle udienze di convalida, lo studio ha permesso di evidenziare come questa sia sostanzialmente la norma.

Le discriminazioni nei confronti degli stranieri

A questi problemi si aggiungono per gli stranieri ulteriori discriminazioni, che iniziano già al momento del fermo. Da un secondo progetto in cui Antigone è coinvolta, intitolato per l’appunto Discrimination, oltre che da studi condotti nel passato risulta che gli stranieri vengano fermati dalla polizia in misura maggiore degli italiani.

Un approfondimento su questo tema viene da un rapporto pubblicato di recente dalla Fundamental Rights Agency (FRA) dell’Unione Europea, che in relazione alla situazione italiana prende in esame l’esperienza di alcuni stranieri provenienti dall’Africa Sub sahariana, dal Nord Africa e dall’Asia. Il 28% degli intervistati provenienti dall’Africa Sub-sahariana e il 32% di quelli provenienti dal Nord-Africa è stato fermato dalla polizia italiana almeno una volta nei cinque anni precedenti l’indagine; più della metà dei fermati (rispettivamente il 60% e il 71%) ha percepito il fermo come ethnic profiling, ovvero, secondo la definizione datane dalla FRA, come un fermo effettuato sulla base alle caratteristiche individuali del fermato (vestiario, colore della pelle…) e non come conseguenza del suo comportamento. La percentuale degli stranieri asiatici fermati è un po’ più bassa, il 22%, ma quasi la metà di loro (il 46%) ha percepito il fermo come ethnic profiling.

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I dati sugli arresti sembrano andare nella stessa direzione: l’8,3% della popolazione residente in Italia non ha la cittadinanza italiana ma ben il 29,2% degli arrestati è straniero.

Quando poi si arriva a un arresto, come si è detto, i tempi e le condizioni in cui si conferisce con l’avvocato rendono la difesa degli imputati una difesa monca. Secondo il parere degli avvocati intervistati da Antigone, nei processi per direttissima — che, come detto sopra, hanno luogo quando l’imputato è stato colto il flagranza di reato — le condanne sono poi più severe per gli stranieri che per gli italiani, specialmente quando vi sia una storia criminale pregressa.

Peraltro, i giudici tendono a convalidare gli arresti degli stranieri, e a convertirli in custodia cautelare, con maggiore facilità rispetto a quanto non facciano con gli italiani. Questo perché il riconoscimento della custodia cautelare in carcere segue tre criteri: il pericolo di inquinamento delle prove, il pericolo di reiterazione della condotta illecita e il pericolo di fuga. Secondo quanto rilevato dalle interviste con gli avvocati, per quanto riguarda gli stranieri i giudici tendono a optare per la custodia cautelare soprattutto facendo riferimento al secondo e al terzo criterio, anche in virtù della natura dei reati che spesso ascritti agli stranieri.

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Infine l’azione penale è discriminante anche rispetto all’applicazione delle misure alternative alla detenzione, molto più facilmente precluse agli stranieri, che più degli italiani cumulano condizioni come la mancanza di un alloggio, di un lavoro o l’assenza di legami sociali e con il territorio.

Gli interpreti nei procedimenti giudiziari

Uno dei maggiori motivi di discriminazione deriva poi dalla mancata padronanza della lingua e da una minore conoscenza del funzionamento della macchina giudiziaria, aspetti rispetto ai quali è intervenuta di recente la direttiva europea 2010/64, dagli effetti pratici però molto limitati.

Il diritto di avvalersi di traduttori e interpreti dovrebbe abbattere, sia pur in parte, queste barriere. E tuttavia la loro presenza, nonostante la normativa la preveda in ogni fase del procedimento, nella stragrande maggioranza dei casi è limitata alle aule di tribunale.

Per queste figure professionali non c’è un vero e proprio controllo delle competenze, data la mancanza di un albo nazionale, e le procedure di reclutamento variano di città in città. Nel 70% dei casi l’iscrizione all’albo dei periti del Tribunale — passaggio necessario, fatto salvo il diritto del giudice, in situazioni di necessità, di nominare chiunque egli voglia — avviene dopo un esame alla Camera di Commercio; nel restante 30% è il Tribunale stesso a esaminare curricula e competenze. L’iter per l’iscrizione nelle liste degli esperti non è omogeneo e questo ha un grosso impatto sulla qualità del servizio e sulla disponibilità di interpreti e traduttori di lingue rare. A volte i professionisti non sono qualificati, non hanno l’esperienza o la formazione necessaria a esercitare nell’ambito del procedimento penale, tuttavia, vista l’ingente domanda di interpreti e traduttori, i tribunali sono portati ad accettarne il maggior numero possibile. Un’altra conseguenza è la sovrarappresentazione dei traduttori di lingue europee e la mancanza di traduttori di lingue rare.

La remunerazione è poi uno degli aspetti più che problematici, che più influisce sulla qualità del lavoro e fa sì che praticamente nessun interprete professionista lavori in tribunale. Traduttori e interpreti sono in effetti pagati a vacazioni (ogni vacazione corrisponde a due ore di lavoro): la prima è pagata 14,68€ (poco più di 7€ l’ora), mentre dalla seconda in poi il compenso scende a 8,15€ (circa 4€ l’ora). A discrezione dell’autorità giudiziaria e nel caso di lavori particolarmente urgenti o complessi, l’onorario può essere raddoppiato, ma ciò avviene molto di rado. L’onorario dovrebbe essere adeguato ogni tre anni all’indice dei prezzi al consumo; e tuttavia l’ultimo adeguamento è avvenuto nel 2002. Tali compensi sono da paragonare a un prezzo di mercato che si aggira intorno ai 90€ lordi l’ora. Ciò vuol dire che queste figure sono pagate in tribunale meno di un decimo rispetto alle tariffe di mercato. A questo si aggiunga il ritardo nei pagamenti da parte dello Stato, che spesso oltrepassa l’anno, ed il quadro finale risulta davvero allarmante.

Nonostante infatti un quadro normativo a tratti piuttosto esigente, nei fatti è difficile sostenere che agli stranieri venga garantito nel nostro paese un accesso alla giustizia ed un diritto alla difesa uguale a quello garantito ai cittadini italiani. Le norme lo pretenderebbero, ma le prassi vanno non di rado in direzione opposta, come sa bene chi frequenta stazioni di polizia ed aule dei tribunali.

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