Sanità in carcere: progettare gli spazi

Questo approfondimento è un estratto della tesi di Ines Nappa, Riqualificazione del presidio sanitario della Casa Circondariale “G. Salvia” di Poggioreale, Napoli. La tesi, ha visto riconosciuto il Premio Flores alla miglior Tesi di Laurea in materia penitenziaria e trattamento dei detenuti, Ministero della Giustizia, Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”, 2019. I relatori era la Prof. Marella Santangelo, il Correlatore Prof. Paola Ascione

Introduzione di Marella Santangelo

Il recupero del patrimonio edilizio penitenziario è un’azione strategica, quanto il progetto ex-novo di parti, o di interi nuovi complessi; il confronto con una non-architettura, con una funzione totalizzante e, al contempo, con manufatti in stato di profondo degrado richiede di intendere la manutenzione del patrimonio esistente come un atteggiamento culturale e progettuale coerente e consapevole. La tesi indaga lo spazio del carcere attraverso il recupero e l’ampliamento del presidio sanitario “San Paolo” interno alla Casa circondariale di Poggioreale che diviene luogo cerniera della relazione tra interno e esterno, tra carcere e città. Si propone l’apertura al pubblico del presidio aprendo alla cittadinanza un ospedale di altissima specializzazione, attraverso la trasformazione fisica si crea una connessione concreta tra il carcere e il tessuto urbano, si rompe il muro del silenzio e dell’indifferenza, la città può varcare quella soglia, i reclusi tornano a essere parte della comunità. Il progetto di architettura riflette e sperimenta lo spazio intercluso, concretizzando il principio primario del diritto alla salute sia di chi è detenuto che di chi è libero; gli spazi sanitari devono avere le stesse caratteristiche ed essere declinati secondo gli stessi principi, siano interni o esterni al perimetro detentivo.

La proposta progettuale di apertura al pubblico della struttura sanitaria rompe uno dei tabù più forti e antichi ossia l’isolamento fisico del carcere nel contesto urbano, attraverso un concreto servizio comune a entrambi i mondi quello dei liberi e quello dei detenuti. Il benessere ambientale in ambito penitenziario si sperimenta attraverso una proposta di trasformazione dell’esistente che rispetta la struttura storica, che rilegge e riconfigura la relazione con l’esterno, che considera il malato detenuto come malato ancor prima che detenuto.

Questo lavoro pone l’accento su un tema fondamentale per l’architettura del carcere, la necessità -non più rinviabile- di riqualificazione di quasi l’intero patrimonio degli edifici penitenziari. Gli studi e le esperienze progettuali più recenti sul retrofit tecnologico hanno lavorato sull’edilizia residenziale, è auspicabile che questa esperienza possa trovare un nuovo campo di applicazione proprio nel patrimonio di edifici penitenziari.

Aprire le porte e curarsi insieme: un progetto innovativo per la struttura sanitaria penitenziaria della c.c di Napoli-Poggioreale

Il carcere che si evolve e si emancipa può nascere soltanto da una visione alternativa e diversa dei suoi luoghi: è possibile innescare un cambiamento culturale invertendo la normale tendenza alla chiusura del carcere a favore di una tensione verso l’apertura alla realtà esterna?

Lo spazio governa le relazioni psicologiche, vitali e reali dell’uomo a prescindere dalla sua condizione di libertà. Solitamente gli spazi che naturalmente hanno una fisiologica tendenza all’opacità tendono a rifiorire e migliorarsi istintivamente quando vengono vissuti in maniera positiva. La mia ricerca parte da un dato di fatto sotto gli occhi di tutti: lo spazio detentivo è ancora considerato come uno spazio da esiliare dalla città e dalla società, ridotto a contenere solo le pene. Nel tempo è divenuto poi scontato il collettivo disinteresse per qualsiasi argomento che tratti di qualità dello spazio e di servizio. Un ponte concreto fra la città e il carcere può essere rappresentato proprio da uno spazio di tutti, uguale dentro e fuori, quello che ospita i servizi sanitari del sistema nazionale, e che dovrebbe rappresentare un diritto comune a tutti: il diritto alla salute che dovrebbe essere garantito e erogato con le stesse modalità. Un progetto di architettura, attraverso una corretta analisi degli spazi e delle esigenze, può permettere un eccezionale rinnovamento delle strutture esistenti (con notevoli vantaggi ambientali) e il funzionamento dell’ospedale senza rischi di sicurezza anche ipotizzando l’apertura al pubblico. Il servizio sanitario dovrebbe essere somministrato in strutture esattamente identiche, a livello di dotazioni, sia per i detenuti che per i cittadini liberi. Di fatto ciò è non si verifica perché in un ospedale penitenziario il benessere del degente non è purtroppo l’obiettivo primario, ma ci sono delle esigenze di sicurezza e di contenimento che lo stesso edificio deve contemporaneamente soddisfare. Attraverso il progetto di architettura si possono soddisfare tutti i requisiti richiesti e si può restituire uno spazio rinnovato che eroga un servizio comune a tutti testimoniando la parità di trattamento.

Sulla questione dei servizi sanitari-penitenziari si sono espressi in molti e si può affermare che la normativa italiana in materia sanitaria è ben chiara: il diritto alla salute è garantito senza distinzione sociale ed è riconosciuto dalla Costituzione come primario. Tutti i regolamenti dell’ambito sono concepiti paradossalmente in maniera coerente perché appena si decreta apertamente la parità di trattamento a tutta la popolazione non vengono elaborate norme contestualizzate al settore penitenziario, essendo unica la modalità di applicazione dei parametri sanitari.

Per dare inizio alla ricerca sperimentale su questo tema si è scelta una delle più famose case circondariali italiane, quella di Napoli-Poggioreale. All’interno della stessa vi è una struttura sanitaria che ha le caratteristiche di un ospedale e che è censita come di massima specializzazione medica, il che permetterebbe assistenza e degenza specializzata per più di 60 utenti. La realtà attuale racconta altro in quanto gli spazi sanitari non hanno nessuna differenza rispetto agli standard penitenziari realmente applicati. La coesistenza di due Ministeri (della Giustizia e della Salute) rende necessario un dialogo fra le esigenze contrastanti e non la predominanza assoluta del parametro più restrittivo. Si registra un costante disequilibrio fra le pratiche prettamente di sicurezza e quelle specificamente sanitarie. Uno dei problemi principali, generati dalla necessità di sicurezza penitenziaria, è la prevalenza della divisione dei degenti per tipologia detentiva piuttosto che per tipologia diagnostica. Inoltre i percorsi sporco/pulito/materiale medico/cibo non hanno specifiche differenziazioni perché la molteplicità dei flussi sottintende un maggiore impegno sul fronte del controllo da parte del personale penitenziario. In una struttura sanitaria standard restrizioni così eccessive e specifiche, aliene al campo medico, che potrebbero minare l’integrità del servizio erogato, non possono verificarsi. Ma nella prassi quotidiana di un ospedale penitenziario questo è il punto critico proprio perché questi spazi non nascono per essere ospedali, ma come semplici luoghi del carcere per detenuti non in salute.

La domanda che ci si è posti nella ricerca sperimentale è quindi: come si può garantire concretamente in maniera chiara la parità di trattamento sanitario anche ai detenuti? La risposta è nella proposta di un modo nuovo di usare lo spazio, creando i presupposti per cui anche la popolazione libera possa accedere e fruire di un servizio medico multi-professionale e di eccellenza. Così si dimostra che, se la popolazione libera può curarsi in una struttura penitenziaria allora è palese che il trattamento proposto è il medesimo di una qualsiasi altra struttura pubblica. La trasposizione nel progetto di architettura di tale sfida ha richiesto in primo luogo uno studio specifico dei percorsi di esercizio del presidio sanitario e una contestualizzazione di parametri normativi (registrando, inoltre, la necessità di elaborare una normativa di settore specifica). Successivamente nell’elaborazione progettuale si è analizzato il concetto del benessere “ottimale” di una struttura ospedaliera standard e quello del benessere “ammissibile” che è il massimo raggiungibile in una struttura sanitaria-penitenziaria. Le scelte progettuali collegate a quest’ultima questione sono centrate sul miglioramento del comfort e della vivibilità interna attraverso soluzioni orientate al risparmio energetico e alla sostenibilità ambientale. Il punto focale del progetto è nell’apertura all’utenza proveniente dall’esterno che ha richiesto un’adeguata integrazione di tutte le aree funzionali ospedaliere e di servizio. L’attenzione principale è stata rivolta a rendere flessibili gli spazi, che sono nati per non esserlo. La proposta mira principalmente a dimostrare che si può raggiungere un miglioramento della configurazione ospedaliera e una più razionale gestione spaziale anche destinando una parte dell’edificio all’apertura al pubblico. Si è proposta una struttura poli-blocco, che permette sia di caratterizzare meglio tutti gli elementi funzionali dell’ospedale, che di garantire una suddivisione degli stessi più corretta e adeguata inserendo spazi necessari per offrire ai detenuti degenti anche aree riabilitative vere e proprie. Si propone quindi una razionale gestione di tutti i flussi di esercizio che si dividono in:

- flussi fissi, ossia quelli più frequenti provenienti dagli ambulatori e quelli dalle camere di degenza;

- flussi speciali ossia quelli che si attivano per un uso programmato per i blocchi sanitari di servizio (blocco operatorio o laboratori)

- flussi pubblici che vengono posizionati in un’area dell’ospedale prossima alle mura adeguatamente integrata all’ospedale grazie ad un corretto utilizzo dei presidi di controllo.

I presidi di controllo del progetto sono suddivisi in fissi e in attivabili, in caso di utilizzo programmato di alcune aree funzionali e delle aree dove può accedervi il pubblico. I percorsi di esercizio sanitari, penitenziari e dei vari tipi di utenza (compreso quello del pubblico) costituiscono la base dove tutti gli elementi del servizio sanitario della struttura si innestano in maniera compatibile e senza creare interferenze con le aree di controllo. Lo scopo è configurare uno spazio flessibile nonostante i vincoli restrittivi, affidando la conduzione dei reparti in maniera complementare al personale penitenziario, garante del rispetto delle basilari norme di sicurezza e al personale sanitario, responsabile della corretta gestione dei reparti sanitari.

Il concetto di benessere ambientale in ambito penitenziario subisce un ridimensionamento. Uno spazio che deve essere reso controllabile e deve garantire il contenimento fisico dell’uomo recluso può garantire al massimo un grado di benessere ammissibile ponendosi come giusto compromesso fra le necessità umane e le ovvie esigenze di sicurezza. L’eliminazione delle sbarre è una sfida che rappresenta appieno questo concetto. L’abbattimento di un simbolo, di una barriera e di un ostacolo che rende difficile il mantenimento di adeguati parametri ambientali e igienici, ha posto l’attenzione sulle possibili soluzioni tecniche alternative che minimizzino il rischio di evasione ma che favoriscano condizioni di vivibilità migliori. Nel progetto le soluzioni coerenti con quanto detto si basano su tre sistemi:

1) Vertically integrated greenhouse

2) Doppia pelle passiva chiusa

3) Infisso a doppia pelle

I sistemi proposti, però, vengono attentamente modificati e contestualizzati ai parametri del carcere perché vengono resi compatibili con i requisiti di sicurezza (quindi sono elementi progettati come chiusi) ma migliorano notevolmente il comfort ambientale degli spazi. Nell’ottica della riabilitazione totale della persona ristretta ospite della struttura sanitaria si è deciso di introdurre anche la tematica del lavoro come fattore polivalente. Il carcere deve contribuire alla formazione dell’individuo in un contesto quanto più vicino alla realtà. In questo ambito trova posto l’urban farming per una serie di benefici che apporta allo spazio, alla percezione del tempo e alla riabilitazione.

L’approccio con uno spazio che ha caratteristiche uniche conduce inevitabilmente ad una serie di conflitti in un sistema di esigenze di diversa tipologia e frequentemente contraddittorie.

Progettare questo spazio e ridargli dignità significa interpretare un sistema di vita “altro”, mettere per questo al centro l’individuo ed i suoi diritti, compatibili con la mancanza di libertà, come vero componente di una società civile.

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Dal 1991 anni ci occupiamo di #Giustizia, di #Carceri, di #DirittiUmani e di #Tortura. Sostienici: http://www.antigone.it/sostieni

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