Viaggio nelle carceri dell’Emilia-Romagna ad un anno dalle proteste

Lo scorso anno le proteste scoppiate in diverse carceri del Paese interessarono anche gli istituti di Bologna e Modena. In quest’ultimo morirono anche alcuni detenuti. Ad un anno di distanza vi raccontiamo qual è la situazione delle carceri della regione

Un lungo anno è trascorso dall’ondata di proteste e rivolte che ha sottoposto a estrema tensione il comparto penitenziario nazionale, dopo decenni di pace apparente rispetto alle forme di conflittualità più appariscenti. In attesa che vengano definite le conseguenze giudiziarie relative alla gestione di questi conflitti e alle eventuali responsabilità sui decessi occorsi, riteniamo opportuno proporre una sintetica lettura di fase sugli istituti emiliano-romagnoli. Mentre la conflittualità ha registrato un anno fa picchi significativi nelle case circondariali di Modena e Bologna, tutte le prigioni della regione sono state interessate dalle conseguenze in termini di misure disciplinari e trasferimenti della popolazione detenuta, con particolare riferimento ai presunti protagonisti delle rivolte.

L’amministrazione penitenziaria ha nel frattempo dovuto fronteggiare il rischio sostanziale della diffusione del Covid-19 all’interno delle strutture, che si è manifestata con incidenza significativa — solo in alcune di esse — nel corso della cosiddetta seconda ondata. La configurazione complessiva — al ribasso — delle attività trattamentali e dei contatti con l’esterno è coincisa con l’implementazione diffusa di dispositivi di comunicazione a distanza. In termini generali, le attività di monitoraggio realizzate dall’articolazione regionale di Antigone e le visite effettuate dai componenti dell’osservatorio sulle condizioni di detenzione in questi 12 mesi registrano una considerevole tensione interna nelle prassi di governo del sistema penitenziario della Regione. Il combinato disposto di strategie di prevenzione sanitaria (contenimento dei contagi) e pratiche di prevenzione sicuritaria (contenimento dei conflitti) sembra prendere forma in chiave altamente differenziata. In alcuni istituti tale sinergia appare orientata a una radicale messa in discussione del regime e celle aperte e degli assetti della sorveglianza dinamica, riproponendo lo spettro di una quotidianità detentiva da trascorrere prevalentemente tra le mura delle celle. In altri, si manifesta un orientamento al mantenimento dell’aperura delle celle per almeno 8 ore al giorno. Riscontrare questa differenza implica la necessità di prendere posizione, soprattutto in prospettiva, contro i meccanismi regressivi e iniqui di una politica della chiusura — peraltro debolmente formalizzata — che già si traduce in un aumento dell’afflittività carceraria.

Seguono riscontri specifici e nodi critici emergenti relativi ai singoli istituti di pena della regione:

A Bologna, quando è stata effettuata la visita a fine ottobre, il regime a celle aperte era valido solo per le sezioni del reparto penale, del femminile e del polo universitario. Contestualmente, le uscite dalle sezioni erano state riorganizzate in modo tale da evitare ogni contatto tra detenuti di sezioni diverse. L’offerta scolastico-formativa è stata ridotta drasticamente, le attività ricreative-culturali-sportive sono state sospese del tutto. La sospensione delle attività rappresenta un cambiamento rilevante per l’istituto che è tradizionalmente molto attivo sul versante del volontariato e della proposta trattamentale. Gli operatori con cui abbiamo interagito (sanitari, direzione, polizia penitenziaria), a molti mesi dalle rivolte dello scorso anno, sono apparsi decisamente scossi e segnati da quegli eventi: le nuove misure introdotte (cambiamento nella somministrazione dei farmaci, diverso assetto dell’infermeria..) non esauriscono la complessità e la necessità di rielaborare l’accaduto che ci è stata manifestata dagli operatori.

Nell’istituto di Modena, tristemente protagonista delle rivolte che l’8 marzo dello scorso anno scoppiavano in molte carceri italiane, le restrizioni conseguenti alla pandemia hanno esasperato una situazione già critica fatta di ambienti inadeguati, sovraffollamento (anche oltre 500 detenuti per una capienza di 360), scarsità di personale e di attività lavorative e ricreative. Ad un anno dalle rivolte, parte degli ambienti sono stati ristrutturati e la capienza, scesa ad 80 detenuti in seguito alle rivolte, sta aumentando (180 detenuti a ottobre, 100% della capienza). Anche se dall’estate è ripresa l’attività di teatro a distanza e la scuola, l’immobilismo all’interno delle sezioni è molto forte. Le possibilità di lavoro all’esterno sono quasi nulle e, in seguito alle rivolte, la volontà è quella di ripristinare un regime a celle chiuse, con la possibilità di trascorrere solo 4 ore al giorno al di fuori di queste.

L’istituto di Piacenza sembra aver retto all’emergenza sanitaria pur essendo collocato in uno dei territori inizialmente maggiormente colpiti. Dall’inizio della pandemia sino a dicembre 2020 — data in cui abbiamo effettuato la visita — si sono registrati unicamente 5 casi di positività.
Sin dal mese di febbraio 2020 erano state messe in atto tutte le misure volte a scongiurare l’ingresso del virus. Tra queste, da subito è stata ripristinata la custodia chiusa e sospesa la sorveglianza dinamica. Tale scelta si è rivelata, a detta della Direzione, fondamentale per gestire meglio l’emergenza sanitaria ma anche particolarmente adatta a garantire “ordine e pulizia” e un generale migliore clima tra le persone ristrette. Ad ogni modo, anche prima dello scoppio della pandemia, la sorveglianza dinamica era assicurata unicamente all’interno di solo uno dei due padiglioni (il nuovo) di cui si compone questo istituto. Le attività, sospese nella prima fase, sono riprese successivamente. Fino a che la stagione lo ha concesso molte attività si sono svolte all’esterno. Il carcere di Piacenza, collocato alla periferia della regione, ha da sempre subito numerosi trasferimenti da altre carceri e da ultimo ha visto l’arrivo di molti detenuti provenienti da istituti della regione teatro delle rivolte della scorsa primavera.

Alla data della visita — ottobre 2020 — l’istituto di Ferrara non registrava alcun caso di positività al Covid. Sin dai primi mesi dell’emergenza l’istituto si è dotato di tutte le misure di prevenzione ed ha svolto un’importante attività di informazione per la popolazione detenuta. Tuttavia, durante i primi mesi del 2020 si è registrato un incremento degli eventi critici dovuti in particolare alla sospensione dei colloqui e all’impossibilità di garantire le visite mediche all’esterno dell’istituto. Anche all’interno del carcere di Ferrara erano scoppiate delle rivolte a causa del generale clima di ansia dovuto all’emergenza sanitaria, che sono state fatte rientrare in breve tempo grazie al lavoro di mediazione del personale. Sin da febbraio 2020 sono stati interrotti i provvedimenti di isolamento disciplinare e gli spazi normalmente destinati a questo sono stati utilizzati per garantire invece l’isolamento sanitario. Dopo i primi mesi di emergenza, la Direzione ha ritenuto di poter introdurre nuovamente la sorveglianza dinamica in modo da garantire una migliore quotidianità detentiva. Alcune attività trattamentali (in particolare quelle che si svolgono all’esterno) sono state sempre garantite e negli ultimi mesi del 2020 la Direzione ha ritenuto di poter assicurare nuovamente ulteriori attività.

Nelle carceri della Romagna (Rimini, Ravenna e Forlì) si effettuano screening periodici sia al personale che alle persone detenute, secondo le linee guida stipulate dall’Ausl Romagna. Le misure di prevenzione dei contagi adottate nei tre istituti sono uniformi e hanno permesso di tenere sotto controllo l’emergenza sanitaria in maniera efficace. Il regime a celle aperte ha continuato ad essere in vigore regolarmente, anche se, nella strutturale ristrettezza degli spazi, la sospensione delle attività sicuramente ha avuto un forte impatto sulla quotidianità detentiva, anche perché in tutti e tre i casi si tratta di carceri in cui l’offerta trattamentale prima della pandemia era piuttosto ampia. A Forlì abbiamo registrato un accento molto forte della direzione e del comando di polizia penitenziaria sulla prontezza che hanno avuto nell’anticipare le necessità dei detenuti allo scoppio della pandemia, rendendo possibile effettuare frequenti colloqui a distanza e diffondendo informazioni sul virus fin da subito. L’efficacia delle misure adottate è stato frutto di una positiva collaborazione con il comparto sanitario. Sono stati anche mantenuti regolarmente i permessi di uscita assicurando alle persone interessate il pernottamento in celle singole.

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