Le prigioni tossiche degli Stati Uniti

Un reportage di Earth Island Journal e Truthout porta alla luce l’assurda situazione dei carcerati americani costretti a vivere in prigioni che mettono gravemente a rischio la loro salute.

di Federica Brioschi

Acqua contenente arsenico e di uno strano colore marrone, aria inquinata dalla polvere di una cava poco lontana, caldo soffocante in estate che causa ipertermia e infarti. Basta scegliere un elemento di questi o combinarne anche solo due per ottenere le condizioni di alcune delle prigioni statunitensi.

A rivelarlo è il reportage “America’s Toxic Prisons: the environmental injustice of mass incarceration” realizzato da Earth Island Journal e Truthout. Le due organizzazioni hanno raccolto dai database federali tutti i dati relativi all’inquinamento ambientale legato all’incarcerazione che sono riusciti a trovare e li hanno analizzati. Il risultato è un reportage soprattutto descrittivo (a causa dell’impossibilità di trovare dati completi) delle insalubri condizioni di detenzione in alcune delle prigioni americane.

Keith Milo Cole è il promotore di una class-action contro le condizioni di detenzione nel carcere di Wallace Pack Unit a Navasota, Texas. I detenuti sono esposti a caldo insopportabile e per anni hanno dovuto bere acqua contaminata da arsenico.

Negli Stati Uniti ci sono 2,3 milioni di persone che scontano una pena in 6.000 prigioni federali, statali, di contea e private: è l’equivalente della popolazione di Houston in Texas e 500 mila in meno della popolazione di Roma (2,8 milioni nel 2016 secondo l’Istat). Dal rapporto emergono due problemi che affliggono relazione prigione-ambiente negli USA: l’edificazione delle prigioni in luoghi inquinati e, al contrario, l’inquinamento dell’ambiente da parte delle prigioni, che non rispettano le leggi statali o federali sulla protezione ambientale.

Per scegliere i luoghi su cui costruire nuove prigioni, a detta di Dustin McDaniel, direttore dell’Abolitionist Law Center, il Federal Bureau of Prisons prende in considerazione alcuni criteri che includono l’impatto della prigione sul territorio, sull’economia locale, sul traffico, sul commercio e sul sistema sanitario locale, mentre la salute dei detenuti non viene menzionata.

Il risultato è che molte prigioni vengono costruite in luoghi periferici, dove i controlli e i vincoli ambientali sono inferiori; luoghi caratterizzati dalla presenza di edifici industriali più inquinanti e abitati soprattutto dalle comunità meno abbienti e dalla popolazione di colore.

Altre volte gli istituti penitenziari vanno a occupare i luoghi più indesiderati come le miniere esaurite. Uno studio del 2010 ha infatti scoperto che più di 589 prigioni federali sono costruite nelle vicinanze di miniere chiuse e che 134 di queste si trovano a meno di un miglio di distanza dalle cave. Ma anche dove non ci sono miniere, sembra che il trend sia di costruire prigioni dove il territorio, completamente devastato e avvelenato dallo sfruttamento dell’uomo, non ha più nulla da offrire.

Un esempio è rappresentato dalla prigione di massima sicurezza SCI Fayette in Pennsylvania. La prigione, entrata in funzione nel 2003, è stata costruita su un vecchio stabilimento che preparava il carbone, estratto da miniere non troppo lontane, per gli impianti di produzione di energia elettrica. Gli scarti venivano gettati tutt’attorno al sito e a oggi si stima che siano presenti circa 40 milioni di tonnellate di rifiuti. A metà degli anni novanta lo stabilimento smise di lavorare e il terreno venne rilevato da un’altra azienda che da allora lo utilizza per gettarvi gli scarti degli impianti di produzione energetica a carbone. Queste polveri, molto più tossiche del carbone non bruciato, hanno nel corso del tempo contaminato le acque e l’aria circostanti e molti abitanti della zona (così come i detenuti), hanno cominciato a soffrire di insufficienza renale, problemi respiratori e diversi tipi di cancro. A oggi le autorità, dopo aver condotto diverse misurazioni della qualità dell’acqua e dell’aria della prigione, non hanno trovato alcun parametro fuori dall’ordinario e quindi tutto è rimasto come prima.

Come quelli di SCI Fayette, anche molti altri detenuti sparsi per gli Stati Uniti temono per la propria salute e sono certi che alcune delle patologie che hanno sviluppato (o che sono peggiorate) nel corso del tempo siano state causate dall’ambiente inquinato in cui sono situate le prigioni in cui sono rinchiusi. Alcuni di loro hanno cominciato diverse battaglie legali perché vengano riconosciuti i danni alla loro salute causati dalle condizioni ambientali delle prigioni statali o federali in cui sono costretti a vivere e perché venga trovato un rimedio definitivo. Qualche battaglia è già stata vinta ma in futuro ce ne saranno certamente molte altre.

Ci sono poi altre carceri che, non rispettando le normative ambientali federali o statali, diventano la causa stessa dell’inquinamento dell’ambiente circostante. Le violazioni riguardano sia i regolamenti a protezione dell’acqua che dell’aria: a volte si verifica lo sversamento di liquami non trattati in acque protette, altre volte l’aria viene inquinata dagli antiquati sistemi di riscaldamento a carbone, dal traffico di veicoli o dalle attività organizzate nella prigione. Altre volte un eccessivo consumo di acqua può diventare un problema nelle regioni aride che soffrono di frequente siccità.

“L’unica vera soluzione a questi problemi richiede due cose che non avverranno molto presto,” scrive Kenneth Hartman, detenuto nella California State Prison, “una supervisione seria delle prigioni effettuata da gente indipendente che abbia il potere di far rispondere i funzionari a capo delle prigioni delle loro azioni, e che la nostra società riconosca che i detenuti sono esseri umani che meritano di essere trattati con rispetto e compassione per il semplice fatto di appartenere all’umanità”.

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