La situazione critica del carcere di Torino

Al centro di un’inchiesta per le violenze contro i detenuti, numerosi spazi dell’istituto piemontese si presentano in uno stato critico, in alcuni casi al di sotto degli standard minimi. Qui raccontiamo quello che è emerso con le nostre visite.

Il carcere Lorusso e Cotugno di Torino (che abbiamo visitato lo scorso mese di luglio, qui la scheda completa) sembra non trovare pace. Mentre la Procura della Repubblica di Torino ha chiesto il rinvio a giudizio per numerosi agenti, nonché per l’ex direttore e l’ex comandante della polizia penitenziaria contestando loro diversi reati, compresa la tortura, per trattamenti inumani e vessazioni avvenute nel padiglione C, l’istituto continua a presentare parecchie criticità, ormai divenute croniche.

Dopo l’inchiesta della Procura, da metà 2020 sono cambiati i vertici dell’amministrazione e della polizia penitenziaria. La nuova direttrice, già direttrice nel carcere di Novara, attende di essere confermata.

Se, sul piano estetico, alcune sezioni sono migliorate grazie a lavori di manutenzione attesi da anni e mai eseguiti (ed altri dovrebbero partire nell’autunno), rimane un’enorme questione irrisolta riguardante il trattamento sanitario (in particolare sul fronte della salute mentale).

Non a caso proprio Torino è stato uno degli istituti più colpiti dalla pandemia, per numero di contagi tra personale e persone detenute.

Tra direzione penitenziaria e area sanitaria è in corso da mesi un “braccio di ferro” su più fronti, che ha portato al logoramento dei rapporti, sia sul piano umano che professionale e questo non può che avere ricadute negative sulla vita delle persone recluse.

Il carcere di Torino ospita un reparto S.A.I. (servizio di assistenza intensivo), cioè un luogo dove dovrebbero avvenire prestazioni diagnostiche specialistiche e dove confluiscono persone detenute con problemi di salute provenienti da tutta Italia. Quel reparto, in realtà, è del tutto sottodimensionato per quanto riguarda il personale sanitario: mancano numerosi specialisti, i macchinari diagnostici e i laboratori (anche all’avanguardia, come la sala raggi) ci sono, ma vengono sottoutilizzati per mancanza di personale. Insomma quel reparto, ad un osservatore esterno appare tutt’altro che “intensivo”, ma semmai un cronicario che ospita persone anche molto anziani e con più patologie.

L’altra principale criticità rimangono le sezioni VII e VIII, cioè l’Articolazione per la salute mentale (nota come Sestante), ad oggi l’Articolazione più grande d’Italia, con 20 posti solo per i trattamenti intensivi (alla VII sezione).

Non sono bastate, negli anni, le denunce pubbliche di Antigone, le visite ispettive del Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura, i numerosi esposti dei Garanti locali e nazionali per portare quella sezione al livello, per lo meno, della dignità umana.

Al Sestante non solo è abbandonata ogni velleità terapeutica o riabilitativa che sezioni così strutturate non possono avere, ma la vita quotidiana è ben al di sotto di ogni standard –anche minimo- di decenza, stabilito a livello nazionale ed internazionale.

Sporcizia ovunque, celle (nei fatti) lisce per ragioni di sicurezza (solo per questo o quelle celle hanno anche una funzione “disciplinare” latente?), bagni a vista, difficoltà ad accedere all’aria aperta, specialisti psichiatri presenti solo nelle ore diurne…da qualsiasi parte la si voglia osservare, il Sestante è una sezione che non dovrebbe trovare cittadinanza nel panorama penitenziario italiano.

In autunno sono previsti ingenti lavori di ristrutturazione, già finanziati. Basteranno per riportare dignità tra i corridoi del Sestante?

Tra le note positive, la realizzazione di diverse postazioni per i colloqui famigliari a distanza e un impegno della “società esterna”, in particolare della Compagnia di Sanpaolo che non è mai venuto meno, neanche nei mesi più duri della pandemia.

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Dal 1991 anni ci occupiamo di #Giustizia, di #Carceri, di #DirittiUmani e di #Tortura. Sostienici: http://www.antigone.it/sostieni

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