La delocalizzazione dei detenuti come misura securitaria verso gli stranieri: l’accordo tra Danimarca e Kosovo

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Nonostante siamo abituati a pensare ai paesi nordici come fortezze della civiltà, spesso dietro al perfetto funzionamento del welfare si celano meccanismi di ingiustizia nei confronti delle parti più fragili della società. A tal proposito, prima di spiegare nel dettaglio cosa ha portato all’accordo di delocalizzazione dei detenuti tra Kosovo e Danimarca è importante fare un passo indietro e analizzare le politiche sempre più securitarie nei confronti dei migranti che sta attuando la Danimarca.

Negli ultimi anni infatti, nonostante la riduzione di ingressi nel paese, la Danimarca ha attuato preoccupanti politiche migratorie volte a chiudere i propri confini. Tuttavia, prima di analizzare le politiche danesi, una premessa statistica sicuramente è necessaria. La popolazione straniera costituisce circa il 9% della composizione della popolazione danese. Nel paese scandinavo, in cui al 2020 vivevano circa 5,8 milioni di abitanti, il numero di richiedenti asilo è drasticamente calato dalla crisi migratoria del 2015, anno in cui le richieste di protezione erano circa 21 mila, passando alle 1500 richieste del 2020. Delle domande di asilo presentate solo 601 sono state riconosciute, raggiungendo il numero più basso negli ultimi anni. Molto spesso i migranti che riescono a raggiungere l’Europa attraverso il mediterraneo o attraverso la rotta balcanica mirano a raggiungere i paesi dell’Europa del nord proprio perché considerati tra i paesi europei più avanzati dal punto di vista dei diritti. Tuttavia quello che succede una volta arrivati in Danimarca non corrisponde esattamente alla narrazione che ne viene fatta: nel 2018 il governo danese ha approvato una legge per limitare la presenza di abitanti non occidentali al 30% nei quartieri più difficili, per evitare una concentrazione di immigrati in zone in cui la disoccupazione supera la soglia del 40%, in cui il tasso di criminalità è almeno tre volte superiore alla media nazionale e in cui il reddito dei residenti è inferiore del 55% a quello del resto della popolazione.

In questo contesto, in cui la causa del disagio delle periferie viene ricollegata esclusivamente alla presenza di persone “non occidentali”, emergono le falle di un paese che, se da un lato dispone di un avanzatissimo sistema di welfare, dall’altro sembra essere carente proprio nel sistema di integrazione degli stranieri. Infatti, si registra un sentimento di paura dell’opinione pubblica causata dalla forte pressione fiscale basata sul reddito medio dei cittadini che contribuirebbero al mantenimento del sistema di welfare in maniera più consistente degli stranieri, che hanno invece un reddito medio inferiore. Si creano così forti preoccupazioni sulla popolazione che non vuole reggere tramite la spesa pubblica il “peso” rappresentato dagli stranieri e che hanno portato a provvedimenti volti a scoraggiare gli arrivi in Danimarca. L’assenza di programmi concreti di integrazione che consentano ai migranti di raggiungere gli standard qualitativi di vita in Danimarca potrebbe rappresentare uno dei motivi di crescita della tendenza delinquenziale che ha portato gli stranieri a rappresentare il 30% della popolazione detenuta, contribuendo al sovraffollamento di cui soffrono le carceri danesi e che hanno portato a stipulare l’accordo di delocalizzazione.

Nello specifico, Kosovo e Danimarca hanno ratificato un accordo di delocalizzazione di 300 detenuti dalle carceri danesi in un carcere del Kosovo. Il collegamento con la questione migratoria, seppur non immediato, è insito nell’accordo stesso, che nonostante formalmente non sia diretto ad una categoria di detenuti in particolare, sostanzialmente poi è volto ad essere applicato ai detenuti stranieri1. A conferma di ciò, il ministro della giustizia danese ha dichiarato, annunciando l’imminente accordo, che tale misura sarebbe andata a creare spazio nelle prigioni, riferendosi direttamente ai cittadini dei paesi terzi, esplicitando la volontà di scoraggiare le partenze e chiarendo che il loro futuro non risiede in Danimarca. Insomma, si tratta solo dell’ultima misura di una politica di intolleranza da parte delle autorità danesi, che nel 2021 hanno revocato il permesso di soggiorno a 380 rifugiati siriani ritenendo Damasco, in guerra da circa 11 anni, zona sicura.

Il contenuto dell’accordo del 20 dicembre 2021

Per comprendere meglio l’oggetto dell’accordo bisogna sicuramente analizzarne il contenuto. Come detto, il 20 Dicembre 2021 la Danimarca e il Kosovo hanno ratificato un accordo tramite cui gli stessi dichiarano la determinazione comune a rafforzare la cooperazione nel campo dei servizi penitenziari. Nello specifico, l’accordo in vari punti prevede l’intenzione del Kosovo di mettere a disposizione della Danimarca 300 posti per il trasferimento di detenuti nell’istituto penitenziario situato a Gjilan per l’esecuzione di sentenze danesi. Allo stesso tempo, il governo danese si impegna a pagare un canone annuo di 15.000.000 euro per un periodo iniziale di cinque anni con la possibilità di proroga automatica per un ulteriore periodo di cinque anni. Il governo danese inoltre, intende pagare un canone di 5.000.000 di euro per coprire i costi iniziali relativi al periodo di transizione, per permettere cioè all’istituto penitenziario kosovaro di adeguarsi alle necessità dei nuovi giunti e per coprire i costi del personale di polizia penitenziaria. La misura fa parte di un piano annunciato dal Ministro della giustizia danese Nick Haekkerup per aumentare la capacità del sistema carcerario e fronteggiare il crescente aumento della popolazione detenuta, che negli ultimi anni è stato di circa il 18%. Un accordo di questo tipo era già stato ratificato tra Belgio e Paesi Bassi nel 2012 per l’utilizzo di una prigione da parte del Belgio in territorio olandese al fine di fronteggiare i problemi di sovraffollamento; e nel 2015 tra Norvegia, paese che non fa parte dell’Unione Europea e Paesi Bassi, per il trasferimento di detenuti norvegesi in territorio olandese per far fronte ad una temporanea emergenza di sovrappopolazione carceraria in Norvegia, conclusasi nel 2018 con il ritorno dei detenuti in Norvegia. Un ulteriore precedente assimilabile all’accordo di delocalizzazione dei detenuti della Danimarca e che risponde alla stessa logica è quello che ha portato il Parlamento danese, a giugno di quest’anno, a introdurre una legge che prevede la facoltà di trasferire i richiedenti asilo in centri di detenzione in paesi partner — si è ipotizzato il Rwanda- potenzialmente fuori dall’Europa, in cui esaminare e attendere l’esito della procedura relativa alla domanda di protezione. Ancora una volta si dimostra così la connessione dell’accordo dei detenuti con le politiche migratorie.

L’accordo tra Danimarca e Kosovo può considerarsi controverso per vari ordini di ragioni, uno tra tutti è che la giustificazione che la Danimarca pone alla base dell’accordo, ovvero il problema del sovraffollamento non sembra poter essere risolta tramite l’applicazione di queste misure.

Secondo quanto riportato dai dati forniti dal “World Prison Brief”, nel 2021 la Danimarca ha raggiunto un tasso di affollamento pari al 103.5%, percentuale che si è gradualmente innalzata negli ultimi anni. Infatti, se fra il 2000 e il 2016 il tasso di affollamento è sempre rimasto fra il 90 e il 97%, dal 2018 il tasso è di poco superiore al 100%. Altro dato significativo è quello relativo al tasso di detenzione ogni 100 mila abitanti, che dal 2000 al 2018 rimane sempre inferiore a 70 mentre tra il 2018 e il 2020 invece si registra un aumento da 63 unità ogni 100 mila abitanti a 72 ogni 100 mila abitanti. Negli ultimi venti anni si è osservato come l’andamento della popolazione detenuta, sia che questa aumentava sia che diminuiva, è sempre stato adeguato dal sistema danese che è riuscito a garantirne la capienza regolamentare. Tuttavia, questo non si può affermare a partire dal 2018 ovvero da quando il sistema danese si è ritrovato a fronteggiare problemi di sovraffollamento. Considerato questo continuo aumento del numero dei detenuti, se è vero che la costruzione di nuovi istituti (o in questo caso la deportazione di una parte di essi in un carcere straniero) porterebbe nel breve termine sollievo al sistema penitenziario, non può essere sicuramente considerata nel lungo periodo una soluzione sostenibile se non accompagnata da altre politiche. Altri dati che permettono di svolgere ulteriori riflessioni sono quelli relativi alla lunghezza delle pene insieme ai dati sulle misure alternative. Secondo i dati SPACE del 2020 si registra una lunghezza abbastanza bassa rispetto alle pene che vengono inflitte in altri paesi dell’Unione Europea. Infatti, le condanne alla pena dell’ergastolo rappresentano l’1,1%, contro la media europea che è del 4,4 %. La maggior parte delle condanne, più del 50%, vanno da 1 a 3 anni massimo. Allo stesso tempo, nel corso degli anni sono diminuite le persone sottoposte alle misure alternative. Anche in questo caso, il numero di persone si riduce a partire dal 2010 in cui si registravano 9.357 persone in misura alternativa fino ad arrivare al 2020 in cui sono 7.837. La riduzione dell’accesso alle misure alternative si registra a partire dal 2016 e raggiunge il numero più basso proprio nel 2020. Dunque, le pene detentive molto basse congiuntamente con la riduzione dell’accesso alle misure alternative potrebbero contribuire a un uso eccessivo della reclusione che andrebbe ad alimentare i problemi di sovraffollamento che le carceri danesi si trovano ad affrontare. Infatti, come affermato anche dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura, gli stati che riescono a contenere il sovraffollamento sono quelli che hanno dato avvio a politiche che limitano drasticamente il ricorso alla detenzione. Proprio per questo motivo, la costruzione di nuovi istituti per la detenzione così come il trasferimento coatto di detenuti non sono misure sufficienti a ridurre il sovraffollamento senza una politica di riduzione degli ingressi in carcere. Dunque, in questo caso, l’accordo non giustificherebbe in alcun modo quella che si può definire una deportazione a centinaia di migliaia di chilometri dalla Danimarca.

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Uno sguardo sulla situazione in Kosovo

Un aspetto che sicuramente va preso in considerazione rispetto al suddetto accordo è legato alla situazione socio-politica in cui versa il Kosovo. Non va sottovalutata, infatti, la storia che ha dilaniato i Balcani alla fine degli anni Novanta e che ha determinato l’instabilità che ancora caratterizza il Kosovo. Nello specifico, il Kosovo è uno stato il cui status risulta ancora incerto e che ha autoproclamato la propria indipendenza nel 2008 con un forte inasprimento delle tensioni con Belgrado, che ancora oggi si rifiuta di riconoscere l’indipendenza a quella che considera ancora una regione della Serbia. Nonostante fino ad ora molti paesi abbiano riconosciuto l’indipendenza del Kosovo- solo cinque paesi dell’Unione Europea infatti non ne riconoscono ancora l’indipendenza — il paese non è membro dell’ONU a causa del mancato riconoscimento dello stato da parte di alcuni paesi membri. Ad ogni modo, il Kosovo sopravvive in gran parte grazie al sostegno della comunità internazionale che fornisce aiuti in termini di sicurezza interna ed esterna e ne sorregge l’economia. A tal proposito, la missione EULEX attiva nel paese è la più grande missione civile in ambito di politica di sicurezza e di difesa comune dell’UE che ha il compito di sostenere le istituzioni dello Stato di diritto. Queste poche nozioni della complessa storia geo-politica del paese sono volte a dimostrare le difficoltà che lo stesso si trova ancora ad affrontare che non permettono di porre affidabilità nello stesso. Inoltre, il Kosovo, non essendo parte dell’Unione europea né del Consiglio d’Europa, non è soggetto alle convenzioni promosse dal Consiglio stesso, non è quindi tenuto a conformarsi all’aquis dell’UE e alla giurisdizione della Corte Europea dei diritti dell’uomo. Dunque, il Kosovo è una democrazia in divenire non in grado di garantire il sufficiente rispetto dei diritti.

Ulteriore aspetto da analizzare per dimostrare l’aspetto controverso dell’accordo è relativo alle condizioni di detenzione in Kosovo. Infatti, nonostante queste siano migliorate, secondo quanto riportato dal rapporto del 2020 del Comitato per la Prevenzione della Tortura (CPT) sussistono carenze strutturali e sistemiche nelle stesse. Nello specifico, durante la visita effettuata dal CPT, la delegazione ha ricevuto una serie di denunce di maltrattamenti fisici al momento del fermo. Sono stati segnalati, inoltre, casi di corruzione del personale di custodia. Ulteriori accuse di abusi fisici sono state segnalate anche in alcuni istituti di custodia. Pare dunque evidente che da questo punto di vista il Kosovo non sia in grado di raggiungere e soddisfare gli standard europei.

Ultimo ed ulteriore elemento che dimostra la profonda problematicità dell’accordo è legato agli interessi economici che si celano alla base dell’accordo e che sembrano muovere le fila dell’intesa tra i due paesi: sicuramente, infatti, il mantenimento dei detenuti danesi nel carcere kosovaro ha un impatto economico di gran lunga minore rispetto ai costi sostenuti in Danimarca. In sostanza, l’accordo è frutto di un pericoloso approccio all’esecuzione penale, mosso al risparmio di risorse economiche e che non tiene in considerazione quale dovrebbe essere la vera essenza della pena, ovvero la rieducazione. Inoltre, una parte dei finanziamenti concessi al Kosovo dalla Danimarca, come riportato dall’accordo stesso, verranno investiti dal Kosovo nell’impiego di energia rinnovabile, posto che il Kosovo è ancora dipendente dalle centrali di carbone per l’approvvigionamento di energia elettrica. Come segnalato nel rapporto dell’Health and Enviromental Alliance (HEAL), un’organizzazione no-profit, tutto il territorio dei Balcani occidentali è dotato di centrali a carbone che sono molto più inquinanti e dannose per la salute non soltanto dei cittadini del Kosovo ma anche per i cittadini dei paesi limitrofi tra cui l’Italia, la Romania e l’Ungheria. Problematica, quella energetica nei Balcani, di fondamentale importanza, ma di cui tuttavia la Danimarca non sembra essersi finora interessata se non per giustificare un accordo in tutti i punti assolutamente illegittimo.

Per concludere, l’accordo risulta problematico sotto molti punti di vista, soprattutto sul piano etico, in particolare dal punto di vista del rispetto dei diritti umani e della mercificazione delle persone private della libertà per vari ordini di ragioni. A ragione della dubbia compatibilità con qualsiasi carta dei diritti fondamentali dell’uomo, il 10 Febbraio 2022 un gruppo parlamentare S&D (Socialists & Democrats) ha proposto un’interrogazione alla Commissione europea per esortare la stessa a verificare l’impatto di tale accordo e la compatibilità con l’art. 3 della CEDU.

1(L’accordo) creerà spazio nelle nostre carceri e allevierà la pressione sui nostri agenti penitenziari e allo stesso tempo invierà un chiaro segnale ai cittadini di paesi terzi condannati alla deportazione: il vostro futuro non risiede in Danimarca”. Dichiarazioni del ministro della giustizia Nick Haekkerup.

FONTI

https://www.coe.int/en/web/cpt/-/the-cpt-publishes-report-on-kosovo-https://www.prisonstudies.org/country/denmark
https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/ispitel-fortezza-danimarca-30727
https://www.meltingpot.org/2022/01/te-la-do-io-la-danimarca-carenze-sistemiche-nella-procedura-di-asilo-e-nelle-condizioni-di-accoglienza/
https://www.heraldo.it/2021/03/26/ghetti-e-periferie-la-linea-dura-della-danimarca/

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