La certezza della pena e la chiave di cioccolato

Un po’ di chiarezza contro il populismo penale

di Carolina Antonucci

La strada della riforma penitenziaria è iniziata nell’estate del 2015 quando il Ministro della Giustizia Andrea Orlando, ora uscente, ha convocato gli Stati Generali dell’Esecuzione Penale, una serie di Tavoli di esperti chiamati a mettere al servizio del Governo i propri saperi sul diritto penale e penitenziario.

La proposta contenuta in alcuni decreti ha iniziato molto prima dello scadere dell’ultima legislatura il suo naturale iter parlamentare. Non è stato un percorso semplice per il Governo che non è riuscito a vedere approvati tutti i Decreti — giudicati peraltro lontani dal disegno teorico prodotto degli Stati Generali — prima della fine della scorsa legislatura.

Casa circondariale di Vasto — Inside Carceri

Tuttavia il decreto che riguarda l’ordinamento penitenziario è stato approvato dal Consiglio dei Ministri in extremis e potrebbe diventare legge dopo un ultimo passaggio parlamentare. Questo ha scatenato numerose polemiche, in modo particolare da parte del Movimento Cinque Stelle e della Lega.

Il dubbio che tutte queste critiche a questa timida riforma siano mosse da populismo penale, ovvero dall’intento di cavalcare la paura e le ansie di sicurezza a fini di consenso, è molto forte e per questo motivo abbiamo voluto vederci chiaro.

Per analizzare le critiche abbiamo preso spunto dal post sul “Blog delle Stelle” di Alfonso Bonafede (M5S), dal tweet di Matteo Salvini (Lega) e dalle dichiarazioni di Giorgia Meloni (FdI).

Per riassumere le posizioni dei tre possiamo usare la fine del breve post di Bonafede, «Occorre rassicurare i cittadini sull’importanza della legalità e della certezza della pena» .

Anzitutto è importante ricordare che la legalità la si rispetta, per ovvie ragioni gerarchiche, attuando prima di tutto le norme programmatiche contenute nella nostra Costituzione. Che cosa significa? Significa che la Carta Costituzionale enuncia alcuni principi in tema di pena. Questi, assieme ad alcune altre norme Comunitarie, rappresentano il livello più alto sul piano gerarchico in Italia.

I principi stabiliti in tema di pena dall’articolo 27 che qui ci interessano sono la presunzione di innocenza, il divieto di pene che possano consistere in trattamenti inumani e degradanti (principio questo stabilito anche dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo — articolo 3), e il principio della rieducazione del condannato che rappresenta il fine verso cui la pena deve tendere.

Dunque contestualmente al dovere da parte di ogni persona che si trovi sul suolo italiano di rispettare le leggi dello Stato, e parlando di carcere e di pena quello che qui importa è il rispetto delle leggi penali, quelle contenute nel Codice e anche le tantissime che sono espresse al di fuori di questo, esiste il dovere, in capo allo Stato, di attuare i principi costituzionali.

Rispetto al divieto di pene inumane e degradanti, sappiamo che il carcere italiano è sovraffollato. Gli anni precedenti alla Sentenza Torreggiani pronunciata dalla Corte EDU e che ha condannato l’Italia proprio a causa del sovraffollamento, i detenuti erano più di oggi. Dopo due anni di interventi emergenziali volti a far scendere i dati di presenze in carcere per dimostrare all’Europa di aver risolto il problema mettendo la polvere sotto al tappeto, i numeri che ci parlano di sovraffollamento sono tornati a salire. La soluzione sono nuove carceri come chiede Bonafede? Storicamente non è mai stato così: nuovi spazi detentivi hanno sempre prodotto ulteriore popolazione detenuta e, parlando di efficienza e di efficacia del sistema, le misure alternative al carcere hanno un costo notevolmente inferiore e producono molta meno “criminalità di ritorno” riducendo drasticamente il grandissimo problema della recidiva.

Rispetto al tema della presunzione di innocenza questo incide sul carcere con l’uso della detenzione come misura cautelare. Ridurre il suo utilizzo, preferire misure alternative e velocizzare i tempi dei procedimenti penali, oltre a garantire il giusto processo, andrebbe anche ad abbassare le presenze in carcere diminuendo il sovraffollamento. La custodia cautelare in carcere non è sempre necessaria e, visto che si è innocenti fino a prova contraria, si corre il rischio di incarcerare una persona che poi il processo riconoscerà innocente costringendo l’Italia, come già accade, a pagare risarcimenti per ingiusta detenzione.
Ottenere la rieducazione del condannato, significa usare lo strumento penale per dare una nuova possibilità, dopo la punizione, a chi ha commesso un reato. Il carcere storicamente è il luogo peggiore dove cercare di ottenere questo risultato. Intanto perché è un luogo chiuso per definizione e una educazione alla società non può prescindere da un incontro e da un continuo scambio con questa, e poi per i suoi limiti congiunturali, primo tra tutti proprio il sovraffollamento che rende le cosiddette attività trattamentali difficili da garantire a tutti.
Le misure alternative, al contrario, permettono la partecipazione alla vita civile, pur limitando i diritti — soprattutto di libertà — del colpevole di reato.

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