Il difficile ritorno alla “normalità” nella Casa Circondariale di Santa Maria Capua Vetere

di Paolo Conte* e Marco Colacurci**

Come per ogni altra struttura detentiva del paese, la Casa Circondariale di Santa Maria Capua Vetere — che al 16.07.2021 ospitava circa 950 persone detenute — ha subìto una rimodulazione di spazi e prassi interne in conseguenza dell’epidemia di Covid-19 caratterizzata da un generale irrigidimento delle misure e una compressione ulteriore delle libertà della popolazione detenuta.

È evidente che ogni tentativo di analisi del fenomeno debba necessariamente fare i conti, in questo caso, con i gravi fatti occorsi il 6 aprile 2020, tornati prepotentemente al centro del dibattito pubblico del Paese dopo le oltre 50 misure cautelari disposte dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere nei confronti del personale della Polizia Penitenziaria, nonché di medici, responsabili amministrativi dell’istituto e del Provveditorato regionale, e la quasi contestuale diffusione dei video delle violenze commesse dai poliziotti penitenziari a carico delle persone detenute nel reparto Nilo, cui ha fatto seguito la recentissima visita del Presidente del Consiglio Draghi e del Ministro della Giustizia Cartabia al carcere di Santa Maria.

I fatti in questione riguardano, come noto, l’intervento compiuto da un reparto di Polizia Penitenziaria specializzato, istituito dal Provveditorato regionale per l’amministrazione penitenziaria, il giorno successivo ai disordini verificatisi in alcuni reparti, dovuti alla sospensione dei colloqui disposta già dal marzo precedente — analogamente a quanto accaduto in tutte le carceri italiane — nonché alla presenza in istituto di alcune persone detenute contagiate, notizia appresa dalla popolazione detenuta soltanto dai media. Le violenze compiute nel corso di tale intervento sono oggi al vaglio della Magistratura. Le ipotesi delittuose sono di particolare gravità e ricomprendono torture, lesioni, calunnie, depistaggi, falsi e altri delitti. Analogamente, si dovrà accertare se la collocazione in isolamento disciplinare e il successivo trasferimento in altri istituti di numerose persone detenute nel reparto Nilo sia da ricondurre alle suddette ipotesi delittuose.

In tale scenario, tentare di tracciare il confine tra gli strascichi degli eventi del 6 aprile 2020 e le conseguenze ‘ordinarie’ della pandemia — già di per sé discrezionali e disorganiche in tutto il Paese — nell’indagine sulle causa delle difficoltà a un ritorno alla gestione ordinaria dei reparti è operazione particolarmente problematica, se non impossibile. Sta di fatto che l’istituto di Santa Maria Capua Vetere è uno di quelli che, in Campania, sta incontrando maggiori difficoltà al ripristino di una quotidianità detentiva pre-pandemia.

Anzitutto, bisogna sottolineare come, sebbene la struttura di Santa Maria Capua Vetere si annoveri tra le più moderne del circuito penitenziario campano, essendo stata ultimata soltanto nella seconda metà degli anni ’90, si tratta di un istituto che, sin dall’apertura nel 1996, soffre della collocazione geografica extraurbana nel casertano, della prossimità con il locale impianto di trattamento dei rifiuti solidi urbani e, soprattutto, dell’assenza di un allaccio alla rete idrica, con la conseguenza che il rifornimento di acqua — non potabile — per i servizi igienici avviene mediante un pozzo artesiano, e quotidianamente viene distribuita acqua in bottiglia alla popolazione detenuta. L’allaccio dei servizi igienici al pozzo artesiano è reso altresì evidente dalle vistose macchie di ruggine presenti nei sanitari delle celle visitate.

Per quanto riguarda la gestione della quotidianità detentiva, alla data dell’ultima visita dell’osservatorio regionale di Antigone il 16.07.2021, ad eccezione di poche sezioni, i reparti che prima dell’inizio della pandemia erano gestiti in regime di celle aperte sono risultati convertiti — sin dai primi giorni di aprile 2020 — al regime di celle chiuse. Inoltre, i passeggi e la socialità sono stati riorganizzati mediante un sistema di turnazione con la previsione di una partecipazione in gruppi ristretti di persone detenute.

Al contempo, al momento della suddetta visita i colloqui in presenza con i familiari risultavano finalmente ripristinati, ferma restando l’opzione — da molti prescelta — di mantenere i contatti con i familiari mediante le videochiamate sostitutive.

Risulta evidente che, come in altri istituti e secondo criteri che spesso risultano adottati in modo disomogeneo tra i penitenziari distribuiti sul territorio nazionale e persino tra strutture detentive della stessa regione, la pandemia da Covid-19 e la conseguente riorganizzazione emergenziale abbiano compresso notevolmente ogni funzione risocializzante assegnata alla detenzione inframuraria. Nonostante da ultimo si registri una lenta ripresa delle attività trattamentali, le persone detenute sono state costrette a fare ritorno al triste passato di un regime esclusivamente custodiale, dove l’ozio forzato in spazi angusti e sovraffollati, la sospensione di attività culturali e lavorative, la forzata assenza di educatori — già in grave carenza di organico — in rotazione per smartworking e la limitazione dei contatti con gli affetti familiari è probabilmente concausa del cospicuo aumento di suicidi ed atti di autolesionismo, di aggressioni nei confronti di altri detenuti nonché del personale della Polizia Penitenziaria, di scioperi della fame, oltre a un numero crescente di provvedimenti di isolamento disciplinare e di destinazioni alla sezione cautelare ex art. 32.

Sui numeri raccolti nel corso dell’ultima visita da parte dell’osservatorio regionale incidono in maniera inevitabile gli eventi dell’aprile 2020, ma nel complesso se ne ricava un quadro particolarmente allarmante, ancora di più se si tiene conto che nel resto degli istituti penitenziari della regione, seppure a velocità diverse, si assiste a un progressivo ritorno alla normalità.

Al di là delle responsabilità personali per gli avvenimenti del 6 aprile 2020 — che verranno eventualmente confermate nelle sedi opportune — la preoccupazione maggiore è legata alla constatazione di un complesso di misure — certamente diverse fra loro — volte al disciplinamento della popolazione detenuta e convergenti verso una prospettiva meramente custodiale della pena, assolutamente distante da qualsiasi prospettiva risocializzante e compatibile con il dettato costituzionale.

*avvocato penalista del Foro di Napoli, membro dell’Osservatorio sulle condizioni di detenzione di Antigone per la regione Campania

**ricercatore in Diritto Penale presso l’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”, membro dell’Osservatorio sulle condizioni di detenzione di Antigone per la regione Campania

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