Il coronavirus in carcere attraverso le parole dei famigliari dei detenuti

Molto più che le tante parole dette e i tanti articoli scritti, pensiamo che a raccontare cosa stia accadendo nelle carceri in queste settimane, lo stato d’animo e le paure che vivono i detenuti, possano essere i messaggi che abbiamo ricevuto in queste settimane da parte dei parenti delle persone recluse che ci chiedevano sostegno. Ne abbiamo raccolti alcuni per tracciare un filo che parte da inizio marzo e arriva fino ad oggi.

L’otto marzo 2020 il Presidente del Consiglio ha messo fine con un decreto ai colloqui tra detenuti e familiari: troppo alto il rischio di contagi. Nelle carceri delle regioni già rosse a causa del virus erano stati vietati o fortemente ridotti nelle settimane precedenti. Come anche le attività scolastiche, gli ingressi dei volontari, le attività sportive o la formazione professionale: insomma, tutto quello che a fatica e in parte riempie il grigio quotidiano detentivo.

Le malattie infettive sono da sempre un grosso problema, in carcere: affollamento e scarse condizioni igieniche ne fanno un ottimo terreno di coltura per ogni virus. Si capisce dunque che si sia cercato di correre ai ripari. Ma sarebbe stato più previdente informare parallelamente i detenuti di ciò che accadeva fuori e dentro, in maniera capillare e costante; così come aumentare da subito frequenza e durata di telefonate e videochiamate. E concedere la detenzione domiciliare o la liberazione anticipata ai tantissimi a cui restavano — e restano ancora — pochi mesi da scontare, e che sono rimasti in gran parte dietro la porta. Queste misure sono state prese in maniera tardiva. Si aggiunga la mancanza di mascherine e gel e l’assenza di controlli sanitari sugli operatori penitenziari e si capirà meglio come si è arrivati alle rivolte dell’otto e nove marzo e quali sentimenti vanno per la maggiore nelle galere e tra i familiari di chi ci sta dentro.

Ad Antigone, nelle ultime settimane, sono arrivate centinaia di segnalazioni: madri, mogli, figlie e compagne di detenuti ci hanno inondato di mail, messaggi su Facebook, lettere e telefonate, chiedendoci informazioni su come tirare fuori i loro detenuti e rendendoci partecipi di paure e angosce.

Hanno iniziato a farlo prima delle rivolte. Ancora a inizio marzo ci si preoccupava del tempo lungo a venire senza poter toccare e vedere mariti, figli, compagni e fratelli: “Tutto marzo sembrava troppo, all’inizio. “”. Chiedevano più telefonate, e che si potesse usare Skype, della cui implementazione l’Amministrazione Penitenziaria fa da tempo gran vanto. C’era già allora — come c’è ancora adesso — la paura che i propri detenuti si ammalassero di Covid. Come si fa in effetti a mantenere la distanza in un posto in cui si è stipati come sarde in padella? “”. Già, come? Problema di difficile risoluzione, in un carcere in cui il tasso di affollamento si aggira attorno al 200%. Lo stesso vale ovviamente per altri istituti, anche se non per tutti: “”.

La pena non affligge solo chi sta in carcere. Mogli, figli e compagne la subiscono senza neanche l’accusa di un reato. Un Tribunale italiano, tempo fa, contestò la decisione di un giudice che aveva negato a un detenuto di andare alla prima comunione di suo figlio: si ledeva in quel modo il diritto del minore, che non aveva colpa. Anche oggi l’apprensione dei bambini torna in ballo. “H”. Non chiedeva neanche poco, per un Parlamento che ha bandito quelle parole dal suo vocabolario e che sul “tutti in galera!” ha costruito larghe fortune. “SNon ce ne sono. Le timide misure che il Parlamento ha adottato per far fronte all’affollamento carcerario si sono limitate a snellire le procedure con cui alcuni detenuti potevano già da prima chiedere di andare a scontare il residuo pena a casa, se basso (fino a 18 mesi). Molti detenuti non possono però neanche chiederlo: quelli anche solo sospettati di aver partecipato alle rivolte, ad esempio, o chi è in carcere per reati gravi, i cosiddetti 4-bis. Anche se prossimi alla scarcerazione — metti fra un mese — devono restare dentro fino alla fine. I parenti ci speravano: “

I primi a sperare, a ragione, sono stati quelli soliti uscire dal carcere grazie ai permessi dell’autorità giudiziaria. Nell’attesa che il Parlamento si pronunciasse si aggrappavano a voci di corridoio che li volevano presto a casa: “”. Il decreto cura-Italia, attualmente in fase di conversione, ne uscirebbe meglio se si decidesse di mandarli a casa davvero, quelli che il gergo penitenziario chiama permessanti.

E’ andata meglio ai cosiddetti semiliberi, quelli che di giorno lavorano fuori e la sera tornano in carcere. Alcuni Tribunali di Sorveglianza si sono fatti in quattro perché scontassero la pena a casa almeno fino al 30 giugno. E’ successo a Milano, dove ci si è messo di mezzo persino un incendio, al settimo piano del Palazzo di Giustizia. Ma non dappertutto: a volte i Magistrati hanno preferito seguire l’irresponsabile strada già segnata da Governo e Parlamento, negando le licenze. Allora la mezza libertà si è tramutata nuovamente in prigionia completa. Come al marito di una signora che ci ha scritto sconsolata: “”. Tempo dopo il Governo si è deciso a mandarli a casa. L’impatto sistemico è però limitato, essendo questi detenuti tutt’al più 800.

Nell’ultimo mese e mezzo sono uscite circa 4000 persone: la metà per l’intervento del Governo, l’altra metà a legislazione pre-vigente: potevano uscire anche prima, ma c’è voluto il virus perché si attivasse la Magistratura. Chi è rimasto dentro (più di 54.000 persone, a fronte di meno di 47.000 posti) cerca mascherine e gel idroalcolico, come chi sta fuori. E pensare che all’inizio dell’epidemia in diversi istituti raccomandavano agli agenti di non indossarle, per non far preoccupare i detenuti: “”. A vedere il personale troppo imbardato si sarebbero sentiti infetti. I parenti, quando ancora si accettavano pacchi, cercavano comunque di farle entrare: “”. Il carcere non ha mai tollerato che da fuori entrassero troppe cose: le mascherine non fanno eccezione.

Ad angosciare i parenti non c’è solo il virus. Anche a pensare a una giornata senza scuola, senza colloqui e senza volontari si stringe il cuore: “”. Almeno le telefonate potrebbero concederle, lamentavano a inizio marzo: . Oggi si telefona con una certa frequenza, per fortuna — seppur non dappertutto. In molti istituti si videochiama con gli smartphone. Speriamo che il coronavirus ci lasci almeno questo, di positivo: i telefonini in carcere.

Assieme alle telefonate arrivano le voci di contagi, continue e spesso false.A volte sono vere: come quella arrivata da Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta: “Qualche giorno sono riusciti a fargli il tampone: positivo, trasferito in ospedale.

Le notizie dal carcere sono angoscianti, ma ancora più angosciante è l’assenza di notizie. Molte mogli e sorelle, dopo le rivolte di marzo e i trasferimenti che le hanno seguite, sono rimaste in attesa che il telefono squillasse. Attesa vana, a volte perché nel nuovo carcere non avevano soldi per telefonare. Altre volte per ragioni da accertare. Il silenzio è più pesante quando si sa il proprio figlio malato:

Capita anche che non chiamino perché hanno paura di uscire dalla cella. Come quel detenuto affetto da una malattia autoimmune che gli impedisce, così ci dicono, di assumere farmaci : “

Com’è noto, un terzo delle persone in carcere aspetta che un giudice pronunci parole definitive sulla innocenza o colpevolezza. Nel frattempo, con la Costituzione in mano, invocano la presunzione di innocenza:

Dovrebbero uscirne almeno 7000, perché capienza e presenza facciano pace. Di più, se si vogliono spazi sufficienti per gestire gli eventuali positivi. Ma le misure di scarcerazione trovano opposizioni che manco in Iran o in Turchia. Si sventola lo spauracchio sempreverde dei criminali all’assalto della società. Alcune lettere mostrano, se ce ne fosse bisogno, la reale caratura criminale della gran parte di chi sta in galera.

A volte i Tribunali ci mettono un po’, a chiedere il conto. Ma poi arrivano: Certo, non poter mandare neanche un pacco con delle lenzuola, di questi tempi, non è cosa da cristiani:

Agli appelli delle figlie si aggiungono quelli delle mamme:

Dovrebbero uscire, dunque, per scongiurare il rischio che le carceri diventino focolai. Alcune lo sono diventate: come Bologna, dove molti detenuti hanno perso il diritto all’ora d’aria: A Bologna, come in tanti altri posti, durante le rivolte sono saliti sui tetti. Alle rivolte hanno fatto seguito i trasferimenti, che hanno trasferito anche il virus. In Friuli, per esempio, a Tolmezzo, dove alla notizia di arrivi da Bologna i detenuti hanno inscenato una protesta:

In questi giorni Torino, con i suoi circa 50 positivi, si è trasformato nel più grande focolaio penitenziario. E pensare che molti magistrati hanno negato i domiciliari perché in carcere si sarebbe più protetti dal virus. Argomento dei forcaioli d’ogni risma.

Il 20 aprile i detenuti positivi in tutta Italia erano 133, concentrati prevalentemente in 3–4 istituti. Molti, fortunatamente, erano asintomatici. All’inizio erano pochissimi. Poi il contagio ha fatto il suo mestiere. L’unico modo per minimizzare il rischio di creare focolai è ridurre il numero di persone detenute. Dai 61.230 del 29 febbraio si è passati ai 54.323 del 21 aprile: questo calo è dovuto per metà alla diminuzione degli ingressi, che sono di meno perché calano i reati e perché i magistrati fanno delle manette un uso più cauto; e per l’altra metà alle scarcerazioni per fine pena, per i benefici pre-esistenti e per quelli inseriti di recente. Ma se si vuole gestire in maniera accettabile la situazione bisogna scendere sotto la barra dei 47.000. Altrimenti il rischio è che a farne le spese non siano solo detenuti e poliziotti penitenziari, ma anche quelli di fuori, che di tutto hanno bisogno meno che di focolai che peserebbero sugli ospedali.

Dal 1991 anni ci occupiamo di #Giustizia, di #Carceri, di #DirittiUmani e di #Tortura. Sostienici: http://www.antigone.it/sostieni

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