Droghe e carceri in Europa

Un rapporto europeo affronta i temi più importanti di una relazione complicata, tra stigma e silenzi

I dati europei sul complesso — e al contempo interconnesso — rapporto tra droghe e carcere vengono raccolti e diffusi a livello comunitario dall’Osservatorio Europeo delle droghe e delle Tossicodipendenze (EMCDDA). Recentemente l’EMCDDA ha pubblicato un importante report dal titolo Prison and drugs in Europe. Current and future challanges, mentre in italiano è disponibile la Relazione europea sulla droga, un lavoro annuale che impegna l’Osservatorio.

I dati cui fa riferimento l’EMCDDA sono quelli trasmessi dai Paesi europei e fanno riferimento all’uso di droghe tra le persone recluse in carcere, alla salute dei detenuti con particolare riferimento alle malattie infettive maggiormente diffuse tra i consumatori di sostanze stupefacenti, i dati sulla mortalità dei consumatori di droghe che incrociano il carcere e le informazioni sugli interventi di riduzione del danno che sono effettuati all’interno degli istituti di reclusione.

Fonte: Rapporto EMCDDA — Prison and drugs in Europe. Current and future challanges

La percentuale di detenuti che dichiara, al momento dell’ingresso in carcere, di essere consumatore di droghe, è elevata in tutti i Paesi europei con delle variazioni significative che però possono dipendere anche dalle metodologie di raccolta dei dati. Cannabinoidi e cocaina rappresentano comunque le sostanze con le percentuali più alte di consumatori riferiti all’ingresso in carcere (l’Irlanda detiene in entrambi i casi il primato, mentre Romania e Croazia sono i fanalini di coda); mentre l’eroina, pur non superando in nessun Paese il 30% degli assuntori tra i reclusi, sembra avere una diffusione più uniforme.

Per quanto riguarda l’uso di droghe all’interno del carcere, c’è da dire in via preliminare come i dati in possesso dell’EMCDDA sono spesso realizzati su campioni che potrebbero non essere rappresentativi dell’insieme della popolazione carcerario. Sembrano esserci notevoli resistenze a diffondere dati che riguardano, inevitabilmente, il verificarsi di atti illeciti all’interno degli istituti di pena. In modo particolare questo atteggiamento delle amministrazioni riguarda l’uso di sostanze iniettabili che sono soggette a una maggiore stigmatizzazione, nonostante i dati riferiscano una maggiore incidenza di detenuti tra i consumatori di queste sostanze.

In ogni caso sembrerebbe che non siano poche le persone che iniziano a utilizzare droghe proprio durante la reclusione, dimostrando come questo tema debba meritare un’attenzione maggiore e non essere nascosto sotto al tappeto. In carcere i modelli di consumo di stupefacenti spesso conoscono dei cambiamenti, dovuti chiaramente al contesto e alla scarsa disponibilità di sostanze: per questo la ricerca sottolinea come siano predilette sostanze che vanno a deprimere il sistema nervoso centrale come gli oppiodi, i cannabinoidi e i sedativi i quali effetti sono più facilmente occultabili.

La popolazione reclusa ha generalmente uno stato di salute più precario della popolazione libera. Per quanto riguarda i detenuti con problemi di dipendenza lo stato di salute presenta spesso delle peculiarità legate anche alla maggiore diffusione di alcune malattie infettive.
Si tratta in modo particolare di una più elevata prevalenza di persone con infezioni da HIV, epatite B e C, ma anche di tubercolosi e altre malattie sessualmente trasmissibili. Queste malattie non vengono contratte esclusivamente prima dell’ingresso negli istituti di pena, ma la trasmissione può avvenire — e spesso avviene — anche in carcere. Non solamente lo scambio di siringhe o si altri strumenti “fai da te” per l’iniezione di sostanze, sarebbero la causa delle trasmissioni; anche i rapporti sessuali non protetti — vero e proprio argomento tabù ad esempio in Italia — o i tatuaggi fatti in cella, sarebbero altri comportamenti a rischio.

Per questa ragione tra gli interventi di riduzione del danno da attuarsi all’interno del carcere e nel periodo di preparazione al rilascio e di effettivo ritorno in libertà, sono considerati e censiti anche quelli che riguardano la distribuzione di siringhe e aghi sterili e di condoms.

Ma andiamo per ordine. Gli interventi messi in atto all’interno degli istituti di pena per le persone che hanno problemi legati alla droghe spaziano in diversi ambiti.
Vi è una valutazione dello stato di salute al momento dell’ingresso in carcere volta a conoscere lo stato di salute del detenuto, i suoi eventuali problemi di dipendenza e sono poi svolti dei test per conoscere l’eventuale positività alle malattie infettive di cui si è appena detto. Questo avviene pressoché in tutti gli Stati. Sono poi avviate le procedure per la disintossicazione, il trattamento per eventuale infezione da HIV che è garantito in tutta europa. Vi è poi il trattamento sostitutivo con oppiodi (metadone o equivalenti) che, però, non dappertutto è possibile in carcere se non precedentemente avviato nella comunità libera, ma non è questo il caso dell’Italia.

Problematico e preoccupante pressoché ovunque appare invece il discorso relativo alla riduzione del danno. La distribuzione di siringhe e aghi sterili avviene solamente nelle carceri di 3 Paesi sui 30 censiti: Germania, Lussemburgo e Spagna. Si legge nella relazione che questa reticenza potrebbe essere dovuta a diverse ragioni: la difficoltà ad ammettere che attività illecite possano avvenire all’interno degli istituti La distribuzione di condom avviene negli istituti di 20 Paesi, mentre condom e lubrificanti solo di 9 Paesi. Da questi è sempre esclusa l’Italia. Discorso analogo per quanto attiene la distribuzione di disinfettante sempre in un’ottica di uso di sostanze, in modo particolare per via iniettiva. Solo 10 i Paesi nei cui istituti ciò avviene: non in Italia, mentre la Germania sembra essere sicuramente il paese più all’avanguardia. E questo vale anche per l’ultima questione interessante sulla RdD, che è la consegna del naloxone, potente antidoto all’overdose da eroina, ai detenuti con problemi di droghe al momento del loro ritorno in libertà: solo nelle prigioni di 5 Stati questo avviene, tra questi vi sono la Germania e la Francia, ma non l’Italia.

La distribuzione del naloxone appare però un discorso molto importante se si vanno a guardare i dati sul rischio di morte per overdose all’uscita dal carere. È stato rilevato come questo rappresenti un rischio molto elevato in modo particolare nelle due settimane seguenti al rilascio, poiché per i detenuti con una storia di dipendenza da oppiodi, una eventuale lunga astinenza potrebbe aver provocato una diminuzione della tolleranza all’uso di queste sostanze con un conseguente aumento di rischio di overdose.

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