Chiuse le indagini sulle violenze a Santa Maria Capua Vetere

L’atto depositato inserisce Antigone tra i soggetti offesi, assieme al Garante nazionale delle persone private della libertà e a Il carcere possibile Onlus.

La Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere ha concluso le indagini relative alle violenze perpetrate a danno di un ingente numero di persone detenute nel carcere della cittadina campana il 6 aprile del 2020. L’atto depositato inserisce l’associazione Antigone tra i soggetti offesi, assieme al Garante nazionale delle persone private della libertà e a Il carcere possibile Onlus.

Era stata proprio Antigone a presentare il 20 aprile, a pochi giorni dagli eventi, un esposto in Procura nel quale denunciava quanto svariati famigliari di persone ristrette a Santa Maria Capua Vetere avevano raccontato ai nostri avvocati, con ricostruzioni tutte coerenti tra di loro e dalle quali emergeva la drammatica portata dell’operazione punitiva. Contestualmente, Antigone aveva avvisato gli allora vertici del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Lo scorso giugno ben 52 persone, tra le quali il provveditore all’Amministrazione Penitenziaria della Campania, erano stati raggiunti da misure cautelari.

L’atto di chiusura delle indagini è ingente per mole e contenuti. Sono 176 pagine, nelle quali si trovano gli elenchi delle persone indagate e delle vittime. Le prime sono 120, cui devono aggiungersi tutti coloro che ancora non sono stati identificati a causa delle protezioni facciali che si possono vedere nel video diffuso nei mesi scorsi dalla stampa. Le seconde sono 177. Numeri che sono il segno dell’enormità dell’operazione, fatta passare come un ripristino dell’ordine ma in realtà avvenuta quando la pacifica rivolta del giorno precedente, nella quale i detenuti chiedevano mascherine per proteggersi dal Covid, era già del tutto rientrata.

Il documento si divide in 85 capi, ciascuno dei quali riguarda — in maniera intrecciata e sovrapposta — alcune delle persone indagate e si riferisce a specifiche fattispecie di reato, dall’abuso di autorità, al falso, al depistaggio, alla cooperazione in omicidio colposo, alle lesioni, alla tortura. Un capo di imputazione, quest’ultimo, già più volte utilizzato dai magistrati dal 2017, anno di entrata in vigore della legge che lo ha introdotto nel codice penale italiano, a oggi. Si legge nel documento: “…con una pluralità di violenze, minacce gravi ed azioni crudeli, contrarie alla dignità e al pudore delle persone recluse, degradanti ed inumane, prolungatesi per circa quattro ore del giorno 6 aprile 2020, consistite in percosse, pestaggi, lesioni — attuate con colpi di manganello, calci schiaffi, pugni e ginocchiate, costrizioni ad inginocchiamento e prostrazione, induzione a rimanere in piedi per un tempo prolungato, faccia al muro, ovvero inginocchiati al muro — e connotate da imposizione di condotte umilianti (quali, ad esempio, l’obbligo della rasatura di barba e capelli)…”.

Scopriamo anche, scorrendo le pagine dell’atto, che comportamenti violenti si erano verificati in quel carcere già “circa 15/10 giorni prima del 6 aprile”, quando “a seguito di una lite avvenuta tra due detenuti ristretti presso la sesta sezione del Reparto Nilo, 50 agenti circa della polizia penitenziaria, muniti di scudi e manganelli (…), sopravvenivano e picchiavano indistintamente i detenuti”, e in particolare un uomo “mentre questi cercava di proteggere un detenuto più anziano”.

Grava su molti poliziotti penitenziari l’accusa di falso, avendo raccontato al medico di essersi procurati traumi fisici a seguito dell’aggressione da parte di detenuti, “così fornendo un ingannevole contributo informativo nel contesto del rapporto di alleanza terapeutica con il sanitario”.

Quanto alle accuse di cooperazione in omicidio colposo, il relazione alla morte di Hakimi Lamine avvenuta il 4 maggio successivo agli eventi, presso il Reparto Danubio dove era stato trasferito, leggiamo nell’atto che il decesso è accaduto “a seguito delle torture e maltrattamenti subiti a partire dalle violenze del 6 aprile e delle indebite condizioni di isolamento sociale in cui era stato indebitamente sottoposto (…), modalità di segregazione devastante per la sua affezione di disturbo borderline di Personalità e inducente un peggioramento della psicopatologia fino all’emergere di una franca sintomatologia psicotica caratterizzata da angoscia incoercibile e dispercezioni, situazione di abbandono, morale e materiale, tale da indurlo alla assunzione incontrollata di terapia farmacologica (neurolettici e benzodiazepine) — terapia inadeguata per dosaggio e priva di qualsiasi riformulazione in relazione all’evidenza clinica — la quale, in decisiva sinergia con la sostanza stupefacente buprenorfina, intenzionalmente assunta, determinava un ‘edema polmonare acuto’, con terminale ‘arresto cardio-respiratorio’, così da cagionarne la morte”.

L’ammissione di un’associazione come Antigone in questo procedimento penale si spiega con l’interesse pubblico che eventi così gravi hanno per l’intera società e in particolare per un soggetto che si occupa della promozione dei diritti di tutti. Antigone è parte anche di altri procedimenti in relazione a decessi e torture in istituti di pena italiani. Non si sarebbe mai arrivati a questo punto se non fossero esistite le immagini video della mattanza avvenuta a Santa Maria Capua Vetere, riprese dalle videocamere interne e messe in salvo da un magistrato di sorveglianza che si era recato in carcere nelle ore immediatamente successive. La presenza di videocamere funzionanti e capaci di conservare una memoria duratura è fondamentale per prevenire e reprimere abusi in carcere. Antigone ha proposto una riforma del regolamento penitenziario che tra le altre cose va proprio in questa direzione.

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