Cartabia: “il carcere come extrama ratio”

Parole importanti quelle pronunciate dalla Ministra della Giustizia Marta Cartabia che, davanti ai deputati della medesima Commissione, ha ribadito l’intenzione di portare avanti un modello di pena in linea con il dettato costituzionale

di Claudio Paterniti Martello

Lunedì, di fronte alla Commissione Giustizia della Camera, la Ministra Marta Cartabia ha indicato la strada che intende perseguire nel corso di questa legislatura. La Ministra ha pronunciato un discorso coerente con il suo operato da giudice e presidente della Corte Costituzionale, suscitando aspettative e speranze nella comunità penitenziaria. Nelle “linee programmatiche sulla giustizia” Cartabia ha inserito la necessità di oltrepassare la centralità del carcere, che non può e non dev’essere l’unica risposta effettiva al reato. Le pene principali devono essere le pene alternative. Il carcere dev’essere l’eccezione, l’extrema ratio, poiché estremi sono i suoi effetti desocializzanti, da cui deriva un alto tasso di recidiva. Togliere centralità non significa dunque andare nel senso di maggiori garanzie in favore del reo — non solo — ma anche “irrobustire la sicurezza sociale”, produrre più sicurezza. La pena dev’essere certa. Ma “la certezza della pena non è la certezza del carcere”. Parole che Antigone va dicendo da anni.

Il discorso della Ministra ha dato molto spazio alla necessità di ridurre i tempi lunghissimi della giustizia penale riformando il processo. È un obiettivo che molti Ministri hanno perseguito. Per Cartabia il suo raggiungimento passa da una deflazione sostanziale, che si ottiene mediante un più ampio ricorso a strumenti sospensivi del processo, come la messa alla prova, un istituto introdotto nel 2014, mutuato dalla giustizia minorile, e che consente la sospensione del processo in cambio di un impegno da parte dell’accusato di svolgere una serie di “condotte volte all’eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose derivanti dal reato” (art. 168-bis c.p.). Ad oggi possono accedervi, se il giudice lo permette, coloro i quali sono accusati di reati per cui la pena prevista non oltrepassi i 4 anni. È una misura di successo, che riguarda più di 18.000 persone e che nel 95% dei casi dà esiti positivi. Antigone ha sottolineato, in ultimo nel nostro XVII Rapporto, come il forte incremento del ricorso alle misure alternative degli ultimi anni non sia andato di pari passo a una deflazione della popolazione detenuta, ma sia corrisposta a un’estensione del controllo penale. Ciò detto è presumibile che abbia perlomeno contenuto l’aumento della popolazione detenuta. E si tratta senz’altro di una direzione giusta e desiderabile. Come anche l’ampliamento della non punibilità per particolare tenuità del fatto, raccomandato da Cartabia.

Un ulteriore strumento il cui effetto è una riduzione tempi del processo è dato dai riti alternativi al processo ordinario, per i quali la Ministra ha auspicato una maggiore possibilità di accesso. Antigone apprezza l’accento messo sulla necessità di far sì che a ciò non corrisponda una riduzione delle garanzie degli imputati.

Cartabia ha poi insistito sull’importanza di una pena più umana, da cui tutti trarrebbero beneficio. La qualità della vita penitenziaria, ha detto la Ministra, “è direttamente proporzionale al contrasto e alla prevenzione del crimine”. “Lo scopo rieducativo della pena non è solo un dovere costituzionale e morale derivante dall’art. 27 della Costituzione, ma anche il modo più effettivo ed efficace per prevenire la recidiva”. È questo il senso in cui devono andare gli interventi sull’architettura penitenziaria resi possibili dal Recovery Plan (architettura, e non edilizia; una preferenza lessicale in cui vediamo un disallineamento rispetto a chi vede nella costruzione di nuove carceri la strada da perseguire, e non nel ripensamento degli spazi esistenti).

La Ministra si è poi pronunciata in favore di un maggior ricorso alla giustizia riparativa, rispetto alla quale ha auspicato l’elaborazione di paradigmi che ne rendano possibile l’accesso in ogni momento del procedimento, allorché vi sia l’accordo di entrambe le parti.

Riguardo al personale, l’ex Ministro Bonafede aveva fatto rientrare la polizia penitenziaria tra le categorie professionali a cui non si applica il blocco dei concorsi. Adesso questa possibilità è stata estesa a tutta l’amministrazione penitenziaria. Una scelta che non possiamo che condividere, alla luce del bisogno di direttori e personale civile sottolineato nel nostro ultimo e nei precedenti rapporti. Bisogno a cui risponde la notevole estensione dei posti da educatore previsti dal concorso già bandito. Il carcere è “un luogo di comunità”, ha detto Cartabia. Pertanto il trattamento delle sue componenti deve essere bilanciato. “Tutte le componenti devono essere trattate in modo coeso. Va data attenzione a tutti: alla polizia penitenziaria, all’amministrazione, al terzo settore e ovviamente a chi sconta la pena”.

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