Alimentazione e salute nelle carceri

Cosa e come si mangia nelle carceri? Quanto l’alimentazione può essere legata alla salute dei detenuti? E’ questo l’aspetto che analizziamo nel terzo approfondimento della serie “Salute e carcere” realizzato in collaborazione con il Segretariato Italiano Studenti di Medicina.

di Giustina Lo Cascio

Nonostante i numerosi studi sulla salute in ambito carcerario, rimangono ancora limitate la ricerca e la letteratura sull’alimentazione le politiche alimentari negli istituti di pena. Gli studi a disposizione si basano per lo più “self-report” e sull’analisi dei menù. Merita di essere citata la ricerca condotta in Australia da Mary Hannan-Jones e Sandra Capra (1), i cui risultati mostrano che i piani nutrizionali sono mediamente adeguati, nonostante gli eccessi di sale nella dieta e le carenze di vitamina D e di acidi grassi a catena lunga. Gli importi energetici rivelano una media 13 MJ (3105 kcal). L’apporto dei vari nutrienti, però, subisce un notevole impatto a causa di snack e alimenti che le persone detenute comprano in autonomia. Le ricercatrici mettono in l’importanza della definizione di chiare linee guida in termini di nutrienti e livelli energetici giornalieri, nonché l’impatto di questi fattori sull’organismo.

Nella tabella sottostante, tratta da una ricerca scientifica portata avanti nel 2014 dalla Regione Toscana e dall’Agenzia regionale di sanità della Toscana, viene riportata la distribuzione del BMI (indice di massa corporea) di 15.000 detenuti presenti in 57 strutture della Penisola (quasi il 30% del totale degli istituti). I dati riguardanti gli individui di sesso maschile evidenziano che il 35% è sovrappeso e il 12,8% è obeso. Per questi aumentano i fattori di rischio per patologie cardiovascolari, respiratorie e metaboliche. In termini di peso corporeo, contrariamente a quanto avviene col fumo, la popolazione detenuta non sembra discostarsi di molto da quella libera, eccezion fatta per un leggero incremento, tra le persone recluse, dei soggetti obesi (+2,8%).

Notevoli discrepanze, invece, si rilevano se prendiamo in considerazione le detenute (ma anche i transgender), che risultano essere maggiormente obese sia rispetto agli uomini (18,1% vs. 12,8%), sia rispetto alle donne libere (18,1% vs. 9,4%). La maggior percentuale di donne con problemi di peso può essere chiarita specificando che le strutture penitenziarie, essendo istituzioni prevalentemente maschili, regolano l’apporto calorico sulle necessità dei detenuti maschi, sovrastimando quindi il fabbisogno energetico femminile. Un’altra importante differenza rispetto alla popolazione libera è invece legata alla nazionalità: gli italiani, rispetto ai detenuti stranieri, presentano maggiori problemi di sovrappeso (39,2% vs. 30,6%) e di obesità (16,9% vs. 9%)(2).

Dopo aver scontato la pena, gli ex detenuti portano con sé il quadro clinico, trasformato dall’esperienza penitenziaria: quanto avviene in carcere ha dunque un impatto nella società libera.

Nelle carceri italiane l’alimentazione è competenza esclusiva dell’Amministrazione Penitenziaria. Il Ministero della Giustizia fornisce le cosiddette “Tabelle vittuarie”, degli elenchi di alimenti da fornire durante la giornata ripartiti in due versioni, una estiva ed una invernale. L’approvvigionamento degli alimenti viene fatto attraverso gare di appalto che forniscono il cibo durante tutto l’anno. La consegna è quotidiana, a causa della deperibilità di molti dei prodotti forniti. Nelle tabelle sono indicate anche la varianza settimanale dei cibi ed il numero dei pasti da fornire alle persone detenute. Alcune strutture penitenziarie hanno reso obsolete le cucine (perdendo posti di lavoro retribuiti a detenuti) e si sono avvalse di catering esterni, realizzando una spesa complessiva minore.

Se la lavorazione degli alimenti può essere sia esterna che interna, in ogni penitenziario viene costituita una “commissione vitto”, senza eccezioni. Essa corrisponde ad un gruppo di 2–4 persone che testa i cibi con cadenze varie e casuali, al fine di verificare la qualità di ciò che viene distribuito. In genere questa commissione è costituita da un rappresentante della direzione, da uno o più detenuti e, sia pur non obbligatoriamente, da un sanitario. I servizi di igiene pubblica hanno obblighi di vigilanza solo nei confronti delle cucine, oppure laddove possano essere identificati determinati problemi (pavimenti o strutture non a norma, conservazione degli alimenti, protezione anti insetti e ratti, ecc.); inoltre redigono appositi verbali e danno delle prescrizioni alla direzione (3).

Sandro Libianchi, Responsabile dell’Unità Operativa di medicina penitenziaria di Rebibbia Femminile ed esperto di medicina penitenziaria ha messo in luce alcune criticità di ordine generale: “La scarsità di personale addetto alla sanità e il basso grado di professionalità specifiche che spesso si riscontra nelle cucine penitenziarie rendono il tema della dietetica in carcere un vulnus della permanenza delle persone detenute nelle carceri”.

La questione dell’alimentazione diventa più complessa se si prendono in considerazione quei detenuti che presentano diabete, allergie e problemi cardiovascolari. La prevalenza di patologie metaboliche è molto differente a seconda della regione considerata: Salerno registra un valore di gran lunga superiore alla media (15,6%), mentre la Liguria una percentuale decisamente più bassa (3,9%).

La ricerca dell’Agenzia Regionale di Sanità della Toscana mostra che nel 2013 fra i detenuti vi era una prevalenza del 3,7% per le dislipidemie e del 3,1% per il diabete mellito tipo II, livelli più bassi di quelli presenti nella popolazione libera.

Lo scenario diventerebbe però diverso se si prendessero in considerazione fasce d’età specifiche. Secondo quanto riportato dall’Istituto Superiore di Sanità, infatti, la prevalenza del diabete II negli uomini liberi fra i 35 e i 44 anni (fascia di età più rappresentata tra i detenuti) è solo dell’1,2%. Del resto, è dimostrato che il diabete colpisca maggiormente i gruppi socialmente sfavoriti e meno istruiti, i quali presentano un rischio aumentato fino al 60% di essere affetti da questa patologia rispetto a chi possiede un’istruzione più elevata. “Da sottolineare, infine, come dislipidemie e diabete rappresentino importanti fattori di rischio per l’insorgenza di malattie cardiovascolari e risentano di uno stile di vita sedentario e di abitudini alimentari scorrette, due fra le maggiori criticità che affliggono da sempre l’ambiente penitenziario”.

In genere quando il medico deve occuparsi di questo gruppo di patologie, decide di redigere uno schema dietetico con limitazioni (ad es. non carni rosse, ma solo quelle bianche e pesce, ecc.) oppure con proibizione assolute (come nel caso di diabete mal controllato), tuttavia la restrizione più frequente riguarda il sale nelle persone ipertese o cardiopatiche. All’interno di un istituto penitenziario, però, tale procedura viene rallentata perché lo schema alimentare viene fatto recapitare in direzione, poi vengono acquistati i generi alimentari prescritti, e infine vengono date istruzioni alla cucina per ottemperare alle richieste nei limiti consentiti. Nella pratica, apportare delle modifiche al proprio schema alimentare non è sempre così lineare, data la stretta dipendenza di ogni detenuto nei confronti dell’Amministrazione.

La questione alimentare è trattata in maniera diversa a seconda delle regioni: come variano gli istituti, variano anche le scelte direttive in risposta alle questioni che abbiamo appena sollevato.

Per esempio qualche anno fa sono emerse forti criticità in Piemonte, dove non è stata ritenuta sufficiente la diaria giornaliera prevista per garantire dei pasti ai detenuti. Per questo motivo il Tar del Piemonte ha sospeso la gara indetta dal ministero della Giustizia relativa all’affidamento del servizio di mantenimento dei detenuti. I giudici hanno specificato come la diaria giornaliera (€ 3,90 per detenuto per tre pasti quotidiani) indicata a base d’asta non fosse sufficiente a garantire una offerta di qualità, competitiva e remunerativa. “Se con tre euro e 90 viene garantita la colazione, il pranzo e la cena di ciascun detenuto, non è difficile immaginare che nessuno di loro riesca a sfamarsi con quello che lo Stato offre”(4).

In situazioni simili i detenuti sono spesso costretti a ricorrere al cosiddetto “sopravvitto”: alimenti da acquistare negli empori interni agli istituti. I prodotti in vendita sono gestiti dalla stessa ditta appaltatrice che fornisce anche i generi alimentari per la cucina. Questo sistema può rivelarsi problematico, perché i prodotti in vendita talvolta hanno prezzi più alti di quelli presenti sul mercato esterno.

Solo dopo aver preso consapevolezza delle problematiche riscontrate e dei bisogni alimentari che la situazione odierna richiede, sarà possibile dare spazio ad attività di prevenzione ed educazione all’interno degli ambienti carcerari di diverse regioni.

In Italia, infatti, si distinguono prassi virtuose come il progetto “Alimentazione e salute in carcere” nato dall’Azienda Usl Toscana Sud Est nel 2017 insieme alla direzione della casa di reclusione di San Gimignano e la casa circondariale di Siena. L’iniziativa prevede incontri formativi e counseling di gruppo per la promozione e la condivisione di uno stile alimentare corretto, rivolto non solo ai detenuti, ma anche a chi è coprotagonista di un ambiente restrittivo, come il personale del carcere. Il progetto prevede laboratori quali la coltivazione di un orto all’interno della casa di reclusione in collaborazione con il Gruppo degli Orti urbani del Comune di Siena, per riservare parte del raccolto alla casa di reclusione.

Sempre su questa linea di pensiero si colloca l’attività sperimentale del CPIA 1 di Grosseto nel carcere di Massa Marittima. Tra gli obiettivi da loro prefissati rientrano la conoscenza dei prodotti e dei valori nutrizionali degli alimenti e l’acquisizione di competenze sui prodotti agroalimentari del territorio (5).

Ricordiamo, inoltre, come nei vari istituti sia fondamentale redigere un piano nutrizionale personalizzato in casi di celiachia, intolleranza al lattosio, patologie legate all’alimentazione e per scelte culturali o religiose. Infatti, parlare di corretta alimentazione significa anche rispondere alle esigenze cliniche e culturali delle persone detenute.

Proprio nel caso di scelte culturali o religiose la prassi è semplificata perché non si passa attraverso una prescrizione medica, ma è sufficiente la comunicazione tra la direzione e la cucina, così da ottenere una modifica del menù a disposizione. Esiste ad esempio il “vitto per musulmani. Secondo le statistiche elaborate da Antigone, ad oggi nel 81% degli istituti penitenziari in Italia si tiene in considerazione per tutto l’anno una dieta personalizzata per i musulmani.

A tal proposito l’implemento di laboratori ed esperienze agro-alimentari potrebbe essere un’ottima occasione d’integrazione tra le differenze culturali, sociali e religiose all’interno di un istituto.

Jean Ziegler, relatore speciale all’Onu per il diritto all’alimentazione, ha affermato che “le persone hanno diritto a un cibo adeguato e sufficiente, corrispondente alle tradizioni culturali del popolo al quale la persona appartiene e che assicuri benessere fisico e psichico, individuale e collettivo, oltre che una vita piena e dignitosa, libera dalla paura”. Ciò deve valere anche per le persone private della libertà.

Il diritto al cibo non è espressamente contemplato nella nostra Costituzione, ma si preferisce intendere che il diritto al lavoro permetta l’accesso al cibo (6). Diviene necessario usare termini più espliciti nell’ Ordinamento Penitenziario dove si dichiara che ai detenuti “deve essere assicurata un’alimentazione sana e sufficiente, adeguata all’età, al sesso, allo stato di salute, al lavoro, alla stagione, al clima […]” (Art.9 relativo all’alimentazione). La sicurezza alimentare dovrebbe insomma essere considerata un diritto, tanto in carcere quanto tra la popolazione libera.

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BIBLIOGRAFIA

(1) Capra, M. H.-J. a. S., 2016. What do prisoners eat? Nutrient intakes and food practices in a high-secure prison. British Journal of Nutrition.

(2) “La salute dei detenuti in Italia: i risultati di uno studio multicentrico” — Documenti dell’Agenzia Regionale di Sanità della Toscana, 2014

(3) Ortensi P., 2015. Alimentazione e salute viste da dentro. Noi Donne, 05 Luglio .

(4) Aliprandi D., 2017. Colazione, pranzo e cena a 3,90 euro per i detenuti: per il Tar non è garantita la qualità. Il dubbio, 3 Novembre.

(5) Piano di Attività per l’Innovazione dell’Istruzione degli Adulti P.A.I.D.E.I.A. (misure nazionali di sistema art.11, comma10, D.P.R. 263/2012) Prodotto Ambito 3 — B.1 lett. c) n° 9 “allestimento di laboratori didattici “

(6) Maria Bottiglieri,” La protezione del diritto al cibo adeguato nella Costituzione italiana”, 2016

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