Ad un passo dalla meta: chiudere tutti i manicomi

Dopo cento anni chiudono definitivamente gli OPG. Ripercorriamo gli oltre cento anni di storia di questa istituzione totale, in attesa che anche l’ultimo internato esca.

di Michele Miravalle, responsabile Osservatorio Antigone sulle carceri

È davvero l’epilogo. The end. Certamente non “vissero tutti felici e contenti”, perché i nodi da sciogliere sono ancora molti e il futuro lastricato di incertezze, però un deciso passo verso la de-istituzionalizzazione è stato fatto: gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari italiani, gli ultimi manicomi, sono ad un passo dalla chiusura. Questa volta, davvero.

È questo l’ “annuncio” fatto il 27 e 28 gennaio scorso, nell’aula del consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, terra di anti-psichiatria e di “manicomi liberati” (uno su tutti, quello di Trieste, diretto da Franco Basaglia).

Sono stati molti i protagonisti di questa sfida (quasi) vinta, un gioco di squadra non scontato tra operatori del diritto e della salute mentale, riuniti nel Comitato StoOpg, (un cartello di 40 associazioni — tra cui Antigone — nato nel 2011).

Oggi sono ancora in funzione solo l’Opg di Montelupo Fiorentino, che ancora ospita 3 “internati” - questa l’orribile definizione delle persone ricoverate - ormai prossimi al trasferimento (cosa che comporterà la chiusura entro pochi giorni) e l’Opg siciliano di Barcellona Pozzo di Gotto dove i pazienti sono ancora 13 e i ritardi della Regione stanno rendendo difficoltosa la chiusura definitiva.

Sono invece stati chiusi gli Opg di Napoli Secondigliano, Aversa e Reggio Emilia. Discorso a parte per Castiglione delle Stiviere (l’unico ad ospitare anche un reparto femminile), che è stato trasformato in un (troppo) grande “sistema polimodulare di Rems” e ospita oltre 160 persone.

Come si è arrivati fino a qui? Ripercorriamo insieme oltre cento anni di storia di un’istituzione totale, che ha cambiato nome, forma e organizzazione, ma è pur sempre rimasta il simbolo di un certo modo di considerare la salute mentale, quale stigma da punire e segregare. Simbolo di cui dovremmo liberarci per sempre.

1876: Nasce ad Aversa la prima “Sezione per maniaci” all’interno della locale casa penale per invalidi. Ospita 19 persone nel conventi cinquecentesco di San Francesco da Paola. Pochi anni prima, nel 1872, era stato Cesare Lombroso ad avanzare la proposta di prevedere i manicomi criminali, dove rinchiudere quelli per cui “la prigione è un’ingiustizia e la libertà un pericolo, a cui mal si provvede con mezze misure che violano ad un tempo la morale e la sicurezza”. Di lì a poco, aprono i primi manicomi criminali, ad Aversa e a Montelupo Fiorentino.

1904: il 14 febbraio, si approva la prima legge sull’organizzazione dei manicomi. Crescono così anche i manicomi criminali, apre quello di Reggio Emilia, quindi, nel popolare quartiere dell’Avvocata a Napoli, in un ex convento entra in funzione quello di Napoli- Sant’Eframo e poi, istituito con legge del 1907 (ma inaugurato solo nel 1925) quello di Barcellona Pozzo di Gotto.

1930: in pieno fascismo, entra in vigore il “codice Rocco”, codice penale ancora oggi in vigore. Si crea il “doppio binario”, accanto ad una pena per le persone imputabili, ci sono le “misure di sicurezza” (tra cui l’internamento in manicomio giudiziario) per i non imputabili, ma socialmente pericolosi (ecco un altro termine, dal significato oscuro, che creerà non pochi problemi). Le misure di sicurezza diventano così sanzioni penali “senza termine” perché non legate alla gravità del reato commesso, ma alla pericolosità della persona.

1974: Antonia Bernardini, muore bruciata viva mentre è legata (da più di un mese) in un letto di contenzione nel manicomio giudiziario femminile di Pozzuoli. Era stata arrestata per un diverbio con un poliziotto alla stazione di Roma Termini. La sua storia (e la sua vicenda processuale) è il simbolo di come i rapporti tra Diritto e Psichiatria generano mostri.

1975: il nuovo Ordinamento penitenziario cambia nome ai manicomi giudiziari. Ora si chiamano Ospedali Psichiatrici Giudiziari (Opg). Si scrive ospedali, si legge manicomio.

1978: è la “primavera dei matti”. La storia d’Italia passa da una Renault 4 parcheggiata in via Caetani. Nel bagagliaio c’è il corpo senza vita di Aldo Moro. Il giorno dopo, il 10 maggio, viene definitivamente approvata la l. 180/1978 (meglio conosciuta come “legge Basaglia”, anche se lui stesso non ne riconosce a pieno la paternità). Siamo ad un punto di non ritorno: i manicomi vanno chiusi. Curare i pazienti psichiatrici altrove è possibile, riconoscere loro lo status di cittadini portatori di diritti anche.

Gli Opg, essendo strutture penitenziarie che dunque dipendono dalla Giustizia e non dalla Sanità, riflettono il nuovo clima culturale in tema di tutela della salute mentale, ma per loro, nulla cambia. Rimangono aperti. Gli ultimi manicomi. Vi sono rinchiuse 1.149 persone (negli anni Sessanta il dato era sempre stato superiore ai duemila internati).

1982–1998: il legislatore sembra relegare la questione degli Opg in secondo piano. Le uniche novità arrivano dalle decisioni della Corte costituzionale. Prima si limita l’automatismo con cui il paziente psichiatrico autore di reato viene dichiarato “pericoloso socialmente”, poi (nel 1998) si esclude che negli Opg possano essere ricoverati minori (anche se uno speciale reparto per minori, con una decina di posti letto rimase aperto nell’Opg di Castiglione fino al 2004).

2003: E’ ancora la Corte Costituzionale ad intervenire, con la pronuncia forse più importante sul tema (sentenza 253/2003). I giudici costituzionali dicono che il diritto alla salute (e alla cura) deve sempre prevalere sulle esigenze di sicurezza. Se dunque esistono altre misure di sicurezza (come la libertà vigilate), da svolgersi in luoghi meno segreganti dell’Opg, devono essere preferite. L’antistoricità e l’inadeguatezza dell’Opg è ora chiara a tutti.

2005–2008: Il comitato per la prevenzione della tortura (CPT) durante la sua visita ispettiva in Italia entra negli Opg. Le strutture sono giudicate inadeguate, fatiscenti e contrari ai principi di umanità della sanzione penale.

2008: La riforma della sanità penitenziaria (in particolare l’allegato C) “regionalizza” gli Opg. Le competenze su assistenza, personale e strutture passano nelle mani delle singoli Aziende sanitarie locali e dunque delle Regioni e vengono sottratte alla competenza del Ministero della Giustizia. Tra mille ritardi, la strada è segnata: gli Opg vanno “sanitarizzati”. Più ospedali che carceri. A livello di numeri, cambia poco, l’auspicata “presa in carico” dei servizi sanitari è più lenta del previsto. Gli internati nel 2007 erano 1.272 e aumentano a 1.419 nel 2011 (post riforma). Il superamento degli Opg resta un auspicio.

2011: Gli Opg in prima serata. Il 20 marzo 2011, durante la puntata di Presa Diretta di Riccardo Iacona vengono mostrate al pubblico, per la prima volta, le immagini tratte dal documentario “Lo Stato della follia” di Francesco Cordio (qui il trailer). È la prima volta che viene mostrato l’ “estremo orrore” degli Opg (questa la definizione del Presidente Giorgio Napolitano, che aveva visto le immagini in anteprima).

Solo mostrando quei reparti e le condizioni di vita degli internati si poteva innescare un processo riformatore. Era stata questa l’intuizione di Ignazio Marino, allora presidente della Commissione per l’efficacia e l’efficienza del Servizio sanitario nazionale, che decise di aprire un’inchiesta parlamentare sugli Opg e organizzare visite a sorpresa con le telecamere. Alcuni reparti vengono sequestrati dai Nas dei Carabinieri. Il velo di Maya è squarciato.

2014: Dopo un’intricata serie di decreti, si approva la legge 81/2014. Entro il 31 marzo 2015 tutti i 906 internati in Opg dovevano essere dimessi o trasferiti. I due terzi non avevano più bisogno di restare in strutture così contenitive e dovevano essere “presi in carico” dai servizi di salute mentale del territorio. Gli altri dovevano essere ospitati nelle Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza (le Rems): più piccole (massimo 20 posti letto), diffuse sul territorio (almeno due per Regione) e gestite esclusivamente da personale sanitario (alle forze di polizia è, al più, affidata la vigilanza esterna).

2015–2016: Non basta una legge per produrre i cambiamenti sperati. Le resistenze di alcune Regioni, di parte della magistratura (che continua a dare interpretazioni “fuorvianti” della legge 81 e a disporre un alto numero di ricoveri in Rems), degli stessi operatori della salute mentale e dell’amministrazione penitenziaria (che ora deve gestire all’interno degli istituti penitenziari, senza più poter trasferire in Opg, le persone detenute con patologie psichiatriche) complica il quadro e fanno sì che la “data di scadenza” degli Opg non venga rispettata. Il 19 febbraio 2016 il Governo è costretto a nominare un Commissario straordinario per il superamento degli Opg. E’ Franco Corleone, già sottosegretario alla Giustizia e Garante delle persone private della libertà della Toscana.

Il suo lavoro è difficile, ma inesorabile (qui l’ultima sua relazione) .

Intanto continua l’impegno di operatori della salute mentale, del diritto e società civile. Nell’ambito degli Stati Generali per l’Esecuzione Penale, i Tavoli 10 e 11 elaborano proposte per superare l’anacronistico sistema delle misure di sicurezza in nome della dignità e del diritto alla cura.

Intanto aprono 28 Rems, con 624 posti.

I dati più aggiornati, ad ottobre 2016, parlano di 603 persone ricoverate (di cui più di un terzo in misura di sicurezza “provvisoria”) e 241 persone “in lista d’attesa”.

Non esistono, ovviamente solo le Rems, che anzi, devono essere l’ “extrema ratio” se non vogliono trasformarsi in mini-opg. Si calcola che per ogni ricoverato in Rems vi sono 10 persone sottoposte ad altre misure di sicurezza meno coercitive.

Si tratta di persone che stanno affrontando percorsi “territoriali” nelle comunità terapeutiche, nei gruppi appartamento, nelle case famiglia, nei centri di salute mentale…percorsi, anche loro, a volte problematici, ma comunque più orientati alla cura che alla punizione fine a se stessa.

2017-?: Le Rems riusciranno ad adeguare i loro regolamenti interni fino a farli assomigliare sempre meno a quelli carcerari? Le Regioni riusciranno a fare a meno di un Commissario straordinario? Nelle carceri si riusciranno ad adeguare i servizi di salute mentale, evitando di riproporre le logiche manicomiali all’interno degli istituti penitenziari (qui il resoconto delle visite svolte da Antigone nelle “articolazioni per la salute mentale”)? Il legislatore riuscirà a modificare il codice penale, eliminando “fossili giuridici” come la “pericolosità sociale”? Gli operatori della salute mentale sapranno proporre modelli terapeutici capaci di prescindere dalla contenzione? La magistratura e gli operatori del diritto riusciranno finalmente a recepire in pieno lo spirito della riforma?

L’ultimo internato uscirà dall’ultimo manicomio?

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